“Cape fear” – John D MacDonald


Voto: 5 stelle / 5

Si intitolava “The executioners”. Non si dovrebbe, ma non si può fare a meno di rievocare un film leggendo un libro: “Cape Fear”, grande thriller dello scomparso John MacDonald (1916-1986), riproposto nel 2019 dalle Edizioni Mattioli 1885, nella traduzione di Nicola Manuppelli (200 pagine, 16 euro), in versione integrale, senza i tagli che hanno penalizzato le precedenti.


Cape Fear tra film e romanzo

La storia di una vendetta studiata a lungo. Il thriller dal quale è stato tratto il film capolavoro di Martin Scorsese, interpretato da Nick Nolte e da un sempre più straordinario Robert De Niro.
Scritto dall’autore statunitense nel 1957, il romanzo è uscito negli USA in prima edizione col titolo “The executioners”, poi ribattezzato “Cape Fear”: tradotto alla lettera “il promontorio della paura”.
Il romanzo ha subito ispirato un buon film giallo, di gusto hitchcockiano, con Robert Mitchum e Gregory Peck.

Alla pellicola del 1962 è seguito un eccellente remake nel 1991, uno straordinario thriller, per la regia di Martin Scorsese, con Nick Nolte nei panni dell’avvocato Sam Bowden e un Robert De Niro inimitabile, che interpretando alla grande Max Cady, lo ha reso un’icona del cinema internazionale di tutti i tempi.

Proprio non si riesce a sottrarsi al ricordo del film. Del resto è quello che faranno i lettori che hanno ammirato De Niro esercitare i muscoli tatuati dell’ex detenuto. Muscoli allenati a far male alla famiglia di Bowden, “per far male a Bowden”.

Libro e film non sono identici

cape-fear-copertinaTuttavia, romanzo e sceneggiatura non sono tali e quali, l’uno non è sovrapponibile all’altra. Per questo, con buona pace del grande attore hollywoodiano e della sua straordinaria interpretazione, tralasciamo il Cady tanto terribilmente presente nella versione cinematografica e riferiamoci d’ora in avanti alla trama del libro del premiato MacDonald, scrittore definito da Stephen King “fantastico narratore”.
Tra le pagine, il pur sempre ossessionante Cady è più un fantasma che una presenza fisica terrificante. Il suo male è latente, una gravissima minaccia incombente, non tanto forza bruta che si abbatte sulle scene e contro le vittime-bersaglio.
Bowden ha tanti motivi per essere soddisfatto della sua vita e dei suoi. La moglie Carol è ancora un’affascinante trentasettenne e Sam spera che la figlia quattordicenne Nancy prenda dalla madre e non da lui, dinoccolato e nodoso, rosso di capelli e con gli occhi celesti.
Poco male, invece, se con quegli attributi dovessero crescere i figli maschi di undici e sei anni.
Hanno una bella casa, magari fin troppo grande e costosa, ma può reggerla col lavoro da associato nello studio legale, nel New Essex, del suo ex comandante durante la seconda guerra mondiale. Hanno anche una barca, che ha ereditato il nome Sweet Sioux III dalle origini indiane della moglie Carol.

Corte Marziale

Al momento, però, Sam ha pure un motivo per sentirsi turbato. Qualcuno è riapparso dal suo passato, qualcuno che avrebbe preferito non vedere mai più.
Durante la guerra, era stato ufficiale della Procura Militare. Si trovava a Melbourne, in Australia, in attesa di partire per la destinazione, quand’era diventato occasionale testimone oculare della tentata violenza ai danni di una quattordicenne australiana.
Un episodio grave, rubricato come un caso di stupro dalla Corte Marziale. L’imputato era un militare, un sergente americano, Max Caody: 25 anni, sette dei quali di servizio, con 200 giorni di combattimento nelle isole del Pacifico.

Quando il tenente Bowden l’aveva visto percuotere la vittima con un pugno in volto e schiacciarla a terra, si era avvicinato e aveva colpito a sua volta l’aggressore. Con sorpresa, l’energumeno gli si era avvinghiato debolmente e poi era scivolato giù, rotolando sulla schiena e cominciando a russare. Ubriaco fatto, solo per quello Sam avuto la meglio di quel tipo scontroso, pericoloso, fisicamente possente. Bowden aveva fermato una jeep della polizia portuale e fatto arrestare Cady, uscito dall’aula processuale con una condanna all’ergastolo e ai lavori forzati.
Alla sentenza, quell’uomo gelido lo aveva fissato come se morisse dalla voglia di ucciderlo.

Sconcertanti occhi da pazzo

Quattordici anni dopo, si ritrova addosso quegli occhi da pazzo nello sguardo di uno sconosciuto. Nel volto di uno che si avvicina alla sua auto nel parcheggio, rivede l’espressione decisa a tutto e cattiva di Cady. Non ha l’aria di un evaso, dev’essere stato rilasciato per uno sconto di pena.
Quello gli parla con una calma che nasconde una rabbia sotterranea, agghiacciante. Quattordici anni sono tanti, gli dice. Li ha trascorsi pensando ogni giorno al “tenente”, grado pronunciato come se fosse una parolaccia.
Offrendogli un sigaro, non poco costoso, aggiunge che Bowden “deve farsi un quadro chiaro della situazione”.
Sarà pure un atteggiamento non violento e beffardo, ma è l’inizio di un inferno che Cady eserciterà sulla vita felice di Sam, della sua famiglia e della quattordicenne Nancy.

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