“L’arte della gioia” – Goliarda Sapienza

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Voto redazione

4 stelle
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7

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Sull’onda del battage pubblicitario e del consiglio di un’amica che stimo, quest’estate mi sono imbarcata nella ponderosa lettura del romanzo “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza, (Einaudi Collana Supercoralli 2014). Terminato nel 1976, ostracizzato per decenni dall’editoria italiana, venne pubblicato per la prima volta in pochi esemplari nel 1998 da Stampa Alternativa. Il resto è noto.

Ritengo che una pubblicità così pervasiva condizioni anche il lettore meglio equipaggiato. Ora troppo indulgente, sulla scia degli entusiasmi degli addetti ai lavori. Ora eccessivamente critico, nel tentativo(soprattutto inconscio) di dimostrare autonomia di giudizio rispetto al sentire comune. Spesso deluso a fronte di aspettative troppo alte.

Pertanto mi sono avvicinata a “L’arte della gioia” con una disposizione mentale di cauta curiosità. Se ho apprezzato il romanzo? , ma con alcune riserve di carattere strutturale e compositivo. Non mi avventuro nel dibattito dei rapporti tra etica e letteratura, oggi orientato nel rispetto dell’autonomia del testo. Una posizione che indicativamente condivido.

Uno sguardo d’insieme

Non è facile imbastire la trama di 540 pagine dai molteplici personaggi, un’economia di movimento che spazia dalla Sicilia al continente, piccole isole comprese, in una vicenda che si snoda per tre generazioni tra pubblico e privato.

Il romanzo è ambientato prevalentemente in Sicilia, in parte nella capitale dal primo Novecento agli anni Settanta. Frequenti anacronie temporali e monologhi interiori cambiano il ritmo di un intreccio complesso, ma non dispersivo. Perché la protagonista è il centro di irradiazione del romanzo in cui primeggia, comanda, regna.

Goliarda Sapienza racconta la vita di Modesta fino all’ingresso nella vecchiaia. Il nome proprio è antifrastico perché se da un lato intelligenza, capacità adattative, curiosità intellettuale, coraggio e determinazione non le mancano, riguardo all’umiltà Modesta è assai carente.

Trama de L’arte della gioia

L’incipit è ancora più folgorante de “Lo straniero” di Camus. Il lettore si imbatte nella protagonista quando, nel passaggio dall’infanzia alla prima adolescenza, scopre l’intensità del desiderio. In modo anomalo, protetta da una natura incontaminata come lei. Rispetto a Modesta, Tinto Brass sembra un chierichetto. E questo è solo l’inizio.

Il lettore continua a pedinarla nel corso di una vita costantemente fuori dall’ordinario. Nel bene, nel male, nell’anticonvenzionalità, fuori dalla legge, nell’eccentrico dai tratti morbosi. Una famiglia poverissima. Il rifugio nel convento di suore dove lecito e illecito si confondono. Le pagine ambientate nel luogo di preghiera slittano dal verosimile all’incredibile, in un’atmosfera di irriverente allegria. Un mix di gotico, feuilleton, comico, commediole sexy degli anni ’70.

A seguire una scalata sociale invidiabile. Peripezie, inganni, amicizie, odi, amori, schioppettate, passioni, vendette, lutti e sofferenze. Il dono della maternità, una famiglia allargata XXL, la gioia di essere nonna. Una ridda di pargoletti e nipoti, infatti, fanno capo a Modesta.

Le ultime pagine si chiudono con l’appagamento di un amore senile. “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza, dunque, ha una struttura ad anello all’insegna di un erotismo privo di reticenze. Il discrimine tra sesso subito, esibito, disinibito, sfacciato, osceno, deviato, istintuale, naturale, innocente dipende dalla situazione narrativa e anche dallo sguardo di chi legge.

Recensione

Pregi

Questo romanzo sorprende e coinvolge con una prosa che qualcuno ha efficacemente definito una colata lavica. Altrettanto densa e travolgente. Il periodare ampio e ipotattico procede sinuoso tra nicchie, anfratti, deviazioni oppure esonda come un fiume in piena. Ricco e immaginifico il lessico.

Il paesaggio siciliano è di una bellezza struggente, perché osservato da chi lo ama. Le sequenze nella libertà del mare. Il sole che dispensa vita e morte. Macchia mediterranea e campi coltivati. La cupola delle notti stellate a custodire segreti e desideri. Colori, profumi, sabbia, roccia e vento suggeriscono una dimensione panica.

Riserve

Ho spiluccato svogliatamente una cinquantina di pagine sullo spettacolo teatrale recitato dai bambini. La noia, alimentata dall’ampiezza dell’episodio, ha preso il sopravvento. Non sono stata in grado di coglierne innocenza e magia? Forse.

Le capacità introspettive dell’autrice si irrigidiscono negli ampi dialoghi tra Modesta, i figli adolescenti e i giovani in generale. Mi sembrano dialoghi a tema un po’ forzati con adulti in miniatura: un peccato.

L’arte della gioia: chi è Modesta?

Modesta è un personaggio contraddittorio con molte anime. Lei la vita se la mangia. Fa e prende ciò che desidera. Vuole la libertà coltivando l’egoismo. Questo è il suo punto di forza e di debolezza.

Passionale e calcolatrice, ti coinvolge in un turbine di situazioni private e pubbliche. Perché Modesta non sta a guardare la Storia. Dall’affermazione del Fascismo agli anni Settanta. Attraverso il Secondo Conflitto, la ricostruzione e il boom economico. Femminismo, sindacati e maneggi della politica. Modesta è sempre in prima linea in un mondo che forse cambia troppo in fretta per essere condiviso da chi, come lei, sta invecchiando.

Se è vero che Modesta è pura energia, è altrettanto vero che spesso straripa. Oppure si incaglia nella monodirezionalità dell’erotismo. Talvolta è la frequenza o la gratuità dell’eccesso a danneggiare episodi, personaggi, equilibrio complessivo.

Modesta è in balìa di un ego ipertrofico anche quando aiuta il prossimo o si sacrifica per cause giuste. Soprattutto dopo le prime strepitose 300/350 pagine, la protagonista si mortifica un po’ in un cliché. Di riflesso, i personaggi satellitari si opacizzano. E la narrazione mostra le crepe di un affastellamento di ruoli, personaggi, omonimie e situazioni già incontrate.

Malgrado queste riserve, “L’arte della gioia” di Goliarda Sapienza è un romanzo storico da conoscere. Colpisce, ammalia, disorienta e stordisce come la sua protagonista.

Isabella Fantin

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Laurea in Cattolica, docente alle Superiori, vivo a Milano nel tormento della movida e mi rifugio nella pace della Toscana.

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