Il sesso nei cartoni animati giapponesi

I giapponesi e la sessualità

Partiamo da un dato di fatto, se così vogliamo considerarlo: il Giappone non ha un retroterra cristiano. Di conseguenza, i suoi abitanti vivono il sesso in maniera diversa rispetto a noi occidentali. Per loro non costituisce un tabù e non causa alcun complesso, tanto è vero che in molti templi shintoisti il kami – vale a dire la divinità – è rappresentato dall’organo genitale femminile o da quello maschile (secondo lo Shintoismo, le isole del Giappone nascono dall’unione sessuale fra gli dèi Izanami e Izanagi).

I piaceri dei sensi sono apprezzati e coltivati come fossero una vera e propria arte, nella consapevolezza che è però necessario mantenerne il controllo. Esiste poi una distinzione netta fra rapporti coniugali, appartenenti alla sfera degli obblighi individuali, e attività erotica, considerata d’importanza secondaria perché svolge una funzione distensiva. Non si formulano valutazioni moralmente negative sui cosiddetti «piaceri materiali».

 

Il sesso nei cartoni animati

Tutto questo si riflette sulle serie animate: le scene di nudo e le allusioni alla sessualità sono numerose e inserite con estrema naturalezza nel contesto.

Fujiko, la fidanzata doppiogiochista di Lupin III, ha un fisico prorompente che utilizza per sedurre gli uomini che incontra sul suo cammino. In Lamù il discorso diventa addirittura esplicito: Ataru Moroboshi, il protagonista, è una specie di maniaco sessuale. La maghetta Bia di Bia la sfida della magia, indossa una minigonna vertiginosa da cui si dipartono due gambe chilometriche. E indossa spesso una vestaglia rosa trasparente che non cela reggiseno e mutandine.

In svariate sigle vediamo donzelle senza veli. Vedi la strega Ransie, coperta soltanto da un mantello, e Lady Oscar, circondata e avvolta dalle spine di un roseto (il titolo originale della serie, Versailles no bara, significa «La rosa di Versailles»).

L’eroina francese, oltretutto, è protagonista di alcune scene “forti”: il tentativo di stupro da parte dell’amico d’infanzia André; la notte d’amore con quest’ultimo verso la fine della serie. E lasciamo stare Lady Georgie, la cui esuberanza sessuale la porta a stare spesso mezza nuda.

 

Identità sessuali incerte

Troviamo in diversi cartoni animati personaggi dall’identità sessuale incerta. Visto che i giapponesi non hanno una morale di tipo cristiano, non parlerei d’ambiguità. Nella maggior parte dei casi, si tratta di bishōnen, letteralmente «bei ragazzi», dai tratti decisamente effeminati: chiome lunghe e fluenti (bionde o rosa-fucsia), lineamenti molto delicati, ciglia interminabili, occhi affilati e labbra di un rosa piuttosto carico, tanto che sembrano avere il rossetto (il cui uso è previsto dal codice d’onore dei samurai: vi si afferma infatti che «è bene portare sempre con sé il rossetto», poiché è opportuno servirsene in alcune occasioni, cioè «dopo esserti ripreso da una sbornia, oppure quando ti alzi al mattino»).

I Cavalieri di Atena, protagonisti de I Cavalieri dello Zodiaco, ne incontrano un esempio classico: il Cavaliere d’oro Fish, che presiede alla Casa dei Pesci. Capelli rosa a boccoli, bocca che sembra avere appunto il rossetto e fascino da vendere. Il suo modo di combattere, poi, è sintomatico: utilizza le rose come armi.

Anche Ken il guerriero ne incontra uno: Judas, della scuola di Nanto. Lui, addirittura, si trucca, e nello scontro che vede la sua sconfitta, poco prima di morire, fa una specie di dichiarazione a Rei, l’amico fraterno di Ken: qualcosa del tipo ho sempre ammirato la tua tecnica e l’armonia dei tuoi gesti.

I travestiti non mancano, ma sono tutti donne che fingono di essere uomini, per formazione o per necessità. Oscar François de Jarjayes, citata poco sopra, ha avuto un’educazione maschile e si veste da uomo. C’è anche Zaffiro, principessa che deve fingersi un ragazzo perché le leggi del suo regno proibiscono che le donne salgano sul trono. E siccome lei è l’unica erede del sovrano…

Chiudiamo la carrellata con un “caso limite”. Ranma ½ è un anime che ha per protagonista un ragazzo di nome Ranma, vittima di una singolare maledizione. Se si bagna con acqua fredda, diventa una ragazza. Per tornare normale, gli serve dell’acqua calda. Questa sua duplice natura genera spassosi equivoci a non finire.

 

I giapponesi e l’omosessualità

La disinvoltura con cui i giapponesi trattano l’omosessualità risiede soprattutto in una morale che, non essendo cristiana, non prevede i concetti di peccato e di senso di colpa. In più, i rapporti omosessuali sono accettati e incoraggiati dal codice d’onore dei samurai. Per indicarli, viene utilizzato il termine shudō, traducibile con «Via dell’Amico».

Lo scrittore Yukio Mishima sostiene che nel periodo in cui venne redatto l’Hagakure – opera che racchiude i principi etici dei guerriei nipponici – «l’amore di un uomo per un altro uomo […] era considerato un sentimento più nobile e spirituale dell’amore per una donna»: l’importante era che ciò non interferisse con gli obblighi della vita familiare. Testimonianze sugli amori e sulle passioni tra samurai si possono trovare nei racconti dello scrittore Ihara Saikaku.

È soltanto un’ipotesi personale, ma la presenza nei cartoni animati giapponesi di uomini che sembrano donne e di donne che si vestono come uomini, potrebbe trarre ispirazione dal Teatro Kabuki.

In origine (secolo XVII), i ruoli sono invertiti: agli uomini sono affidate le parti femminili e viceversa. Dal 1645 al 1868 viene proibito alle donne di comparire sulle scene: gli interpreti del kabuki sono esclusivamente adolescenti.

Per evitare di favorire, come dice Piero Lorenzoni nella sua Storia del teatro giapponese «le tendenze anormali di un certo pubblico», si vieta agli attori, impegnati in ruoli muliebri, di portare abiti femminili e di farsi crescere i capelli. In molti di loro, in effetti, scatta un meccanismo di eccessiva immedesimazione.

Esistono anche gli onna-kabuki, vale a dire i teatri formati esclusivamente da attrici. Il più famoso è il Takarazuka, composto da ragazze tra i 16 e i 20 anni che sostengono anche ruoli maschili. Nemmeno a farlo apposta, uno dei più grandi successi di questo teatro è proprio lo spettacolo tratto dalla storia di Lady Oscar.

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