
“Il segreto di mio padre. Una spia tedesca nella Guerra Fredda” segna l’esordio narrativo di Corinna von Bassewitz (Bibliotheka Edizioni 2025, Collana Memorie, traduzione di Elena Muceni, 248 p.). Giornalista e copy editor, l’autrice ha collaborato per testate di lifestyle come InStyle, Elle, Vogue, Falstaff e GQ.
Ringraziamo l’agenzia 1A comunicazione e la casa editrice per la copia digitale ricevuta in omaggio.
Trama di Il segreto di mio padre
Ha i contorni della fiaba, della Storia, dell’iter di formazione questo libro, basato sulla scoperta della doppia vita di Carl Bernhard conte von Bassevitz, spia della Germania Ovest tra gli anni Cinquanta e Settanta. Un ventennio incandescente, terreno di coltura ideale per spionaggio e controspionaggio. La Germania è impegnata nella ricostruzione post bellica. Gli equilibri internazionali si attestano sul bipolarismo della Guerra Fredda. La politica affronta la crisi di Taiwan, l’economia quella petrolifera. La guerra in Vietnam spacca l’opinione pubblica statunitense.
A mettere insieme alcune tessere della sua vita double face è la figlia Corinna, a lungo ignara della verità:
“Ciò che racconto sono solo frammenti della vita di mio padre come agente segreto, che solo lui potrebbe confermare”
Prima Carl von Bassewitz si spaccia per militare, poi si trasforma in diplomatico di alto profilo. È tutta una montatura.
Paradiso terrestre
Se parliamo di fiaba, non può mancare il castello: la grande casa dei nonni che per l’autrice ha rappresentato l’heimat, la patria, il luogo edenico dell’infanzia. Si tratta di Villa Herresberg, un’elegante edificio in stile italiano situato in Renania. Intorno boschi, una tenuta per le battute di caccia, un parco che degrada verso il fiume celebrato da Wagner. Un incanto, oggi monumento culturale tutelato:
“Qui ho vissuto, durante la prima infanzia, in un microcosmo popolato da figure cangianti in cui di tanto in tanto faceva la sua comparsa un uomo misterioso che portava il nome di mio padre”
I nonni erano soliti ricevere ospiti e avere affittuari stravaganti. Con la stessa passione organizzavano sia piccoli concerti in biblioteca, dove Corinne era di casa, sia sedute di spiritismo tanto in voga negli anni Sessanta. Questo ambiente sfaccettato, aperto, ma non anarchico in mezzo alla natura, fa da prima homeschooling alla protagonista.
Se aggiungete una sposa ripudiata, una matrigna, i fratellastri, un padre dalla presenza intermittente e una stanza off-limits misteriosamente chiusa a chiave, sembra che della fiaba non manchi nulla. Ci sarà anche il lieto fine?
La realtà bussa alla porta di Corinne all’età di sette anni. Il che significa disciplina, obbedienza, scuola, quella vera, seguendo il papà e la sua famiglia in Europa.
Recensione
La Prefazione chiarisce lo spirito di questo libro. Molte informazioni derivano da fonti d’archivio, documenti, carteggi. Ma quando in ballo ci sono i ricordi, l’oggettività è un miraggio. La memoria non è un album di fotografie conservate nel tempo. Quella di una bambina filtra, passa al setaccio dell’immaginazione ciò che non comprende, intuisce o vive. Lucida il ricordo, lo arrotonda per far tornare i conti e abbellirli un po’. Nel mare magnum di tanta memorialistica e dintorni ritoccata per lo share, questo avviso ai lettori sembra garanzia di autenticità.
Incrociando memorialistica e giornalismo d’inchiesta con uno sguardo soggettivo e oggettivo, la narrazione parla di identità, del rapporto figli-genitori, delle proprie radici in una famiglia diversa, ma simile a tante altre. E tale bifrontismo di una vita ordinaria e privilegiata dove convivono anomalia e normalità, isolamento e inserimento sociale, rappresenta l’aspetto più suggestivo. A corredo, le esperienze adolescenziali di una ragazza che fin da piccola mostra di sapere il fatto suo.
Quando la palla passa alla figura paterna, la penna si concentra sulla filiera dello spionaggio (requisiti, reclutamento, formazione, mansioni e via discorrendo). Il fine è dimostrare che il mestiere di agente segreto non è così affascinante come James Bond ci ha fatto credere. Pensiamo al peso della segretezza, alle insidie di identità multiple e false biografie, alla necessità di adattarsi a una vita nomade.
Conclusione
“Il segreto di mio padre” di Corinna von Bassevitz è un memoir avvincente come una spy story che contraddice un paio di luoghi comuni sulla crescita e la genitorialità. In primo luogo dimostra che i segreti familiari non ostacolano sempre il processo identitario di chi li subisce o li scopre tardivamente, come accade all’autrice. In secondo luogo prova che anche una famiglia non convenzionale e iperallargata assicura quell’affetto e serenità emotiva di cui un bambino ha bisogno.
Un’apparente confusione di ruoli caratterizza la casa dei nonni dove i più piccoli, autrice compresa, chiamavano zio, zia, mamma, mammina gli adulti e i parenti di riferimento. Detto così sembra un allegro manicomio. Invece il libro ci restituisce il ritratto di una donna equilibrata, consapevole di gerarchie e ruoli nel rapporto genitori-figli. Nessun giudizio morale sulle scelte del padre che ha fatto della menzogna la sua identità. Nessun astio nei suoi confronti. E nemmeno postume idealizzazioni o l’atteggiamento protestatario di tante adolescenti contro un padre e una madre distanti.
Una lettura che ci sentiamo di consigliare agli appassionati di storia e biografie.



