
Per aprire gli occhi su un tema che riguarda tutti, vi proponiamo il saggio di Antonella Cortese “Quando l’amore uccide. Il femminicidio tra devianza e controllo sociale” (Armando Editore 2025, 262p.). Lucido, coraggioso, completo, legge il fenomeno attraverso la lente della devianza, delle dinamiche relazionali e del controllo sociale che, dati alla mano, avrebbe fallito.
Ringraziamo l’ufficio stampa 1A comunicazione e la casa editrice per la copia cartacea ricevuta in omaggio.
Trama di Quando l’amore uccide
Il preambolo si concentra sul concetto di femminicidio che non rima con omicidio. Vengono poi presentate le principali teorie criminologiche a riguardo. La carrellata spazia dal Positivismo alla criminologia femminista e si attesta su una polarità che dalla negazione del fenomeno slitta al suo riconoscimento in chiave sociale. Infatti in passato il femminicidio era considerato un gesto patologico, spesso avallato dalla vittima. Pochi decenni or sono diventa un atto politico, radicato nella collettività per mantenere l’ordine di genere. L’obiettivo è far emergere punti di forza, limiti, attualità di ciascun approccio.
A seguire la disamina ripercorre in modo sistematico i riferimenti normativi. E si interroga sulle strategie sanzionatorie che ad oggi prevedono l’ergastolo, senza accesso al rito abbreviato. Le criticità sono numerose. Il dibattito si accende sulle conseguenze giuridiche del “femminicidio”, un neologismo per classificare un reato antico. La parola femicide, infatti, venne coniata negli anni Novanta per sottolineare sia la specificità del crimine, sia il carattere strutturale della violenza maschile contro le donne.
“Non si tratta dell’omicidio di una donna. Ma l’uccisione di una donna in quanto donna motivata dalla volontà di punire, controllare, annientare un’identità ritenuta subordinata o deviante rispetto a un ordine patriarcale dominante“
È il 7 marzo 2025 quando in Italia viene introdotto il Disegno di legge sulla “nuova fattispecie penale di femminicidio “. Basterà per arrestarlo? Dare un nome specifico al reato ha un’eco simbolica. Ma è solo il primo passo di una strada in salita perché sono tante le ombre in campo processuale. Alcuni, ad esempio, ritengono che l’introduzione del reato autonomo di femminicidio sia inutile. Il nostro ordinamento contempla l’omicidio aggravato se commesso nell’ambito di relazioni affettive.
Un altro traguardo impone di interrompere la narrazione mediatica ancorata a un linguaggio distorto. Viziato da un profondo soggettivismo. Quello dell’amore malato, del raptus, della gelosia, del dramma della separazione a giustificare sottotraccia un omicidio, preceduto da anni di vessazioni. Quante volte, complice la letteratura, la gelosia è cantata come prova d’amore? Mentre il raptus rischia di diventare un alibi pericolosissimo per archiviare la questione. Sono questi i frames entro cui il discorso sul femminicidio viene consegnato all’opinione pubblica.
L’importanza della prevenzione
Occorre sostenere la norma con iniziative permanenti che la rendano incisiva a lungo raggio. Qui il discorso chiama in causa una pluralità di attori deputati a tutelare i diritti fondamentali delle donne. Senza ledere quelli dei maschi. Mostri? Uomini in crisi identitaria? Soggetti psichiatrici? Incapaci di controllare la frustrazione? La risposta verte sul profilo sfaccettato degli autori di femminicidio, che in un’ottica preventiva devono diventare parte della soluzione, non del problema. All’appello istituzioni, operatori del diritto, forze dell’ordine, psicologi, sociologi. E ancora famiglia, scuola, comunità, territorio a fare rete con una strategia integrata e multidisciplinare.
Il libro tiene conto delle novità legislative confluite nel Codice Rosso e degli aggiornamenti necessari. Perché se è vero che esso testimonia una crescente consapevolezza istituzionale, è altrettanto vero che:
“La distanza tra la legge e la sua concreta applicazione mette in luce i limiti di un approccio ancora troppo frammentario e repressivo, incapace di incidere sulle cause profonde del fenomeno“
La riflessione insiste sui mezzi per modificare le radici storiche e culturali della violenza di genere con effetti tangibili in termini di tutela e prevenzione. In chiusura l’autrice dà voce ai figli del silenzio di cui si parla poco. Sono i minori trascurati da genitori troppo assorbiti dal conflitto domestico. Sono gli orfani condannati a una vita difficile e bisognosi di ascolto, riconoscimento, verità per attraversare il dolore.
Recensione
Questo libro risponde all’esigenza di avviare un confronto interdisciplinare sulla violenza di genere, osservandone le plurime declinazioni attraverso gli interventi dei coautori che ad esso hanno contribuito con le loro competenze. Docenti universitari, funzionari di Polizia e Guardia di Finanza, psicologi, pedagogisti, avvocati, criminologi. La divisione in brevi capitoli rende il libro agevole anche per i non addetti ai lavori e si presta a una lettura selettiva.
Con sensibilità e rigore Antonella Cortese insieme ai coautori ci guida in un itinerario di analisi e riflessione su un fenomeno complesso, sottostimato, gravato da pregiudizi e luoghi comuni, con una copertura giuridica carente. A corredo compaiono proposte operative su piccola e grande scala, margini di fattibilità, esempi virtuosi.
Pertanto non troverete la semplice denuncia, l’esame dei casi ad alto impatto emotivo o il sensazionalismo a buon mercato. Ma competenza, umanità, la concretezza di politiche sociali efficaci. Pensiamo ai modelli di successo adottati in Spagna, Svezia, Canada, Australia. I risultati sono incoraggianti. Tra le innovazioni spicca un approccio trasversale che tiene conto della sovrapposizione di diverse discriminazioni quali razzismo, povertà, disabilità, orientamento sessuale.
“Quando l’amore uccide” di Antonella Cortese è un testo universitario capace di parlare alla mente e al cuore. Offre strumenti per leggere la realtà con una consapevolezza nuova e per riconoscere i meccanismi che alimentano discriminazione e disuguaglianza. Invita a ripensare l’educazione e i modelli relazionali per trasformare la mentalità.
È il punto di partenza per costruire una società più giusta nel segno della parità di genere, del rispetto, della responsabilità condivisa. E per imparare una nuova grammatica comunicativa. Perché veicolando e rafforzando la narrazione della sopraffazione, il linguaggio è diventato complice. Assolve o minimizza il crimine.
Un libro interessante e istruttivo da leggere e regalare. Per non dimenticare tre verità. Di genere si muore. Il raptus non esiste. Il consenso va rispettato.
Una professionista di alto profilo
L’autrice è dottoressa in Psicologia del lavoro, pedagogista e criminologa. Da anni è impegnata nello studio e nella prevenzione della violenza di genere, del bullismo e del cyberbullismo. Promuove iniziative a sostegno del benessere psicologico dei militari e delle forze dell’ordine.



