
Nel 2021 vede la luce il nuovo romanzo di Najat El Hachmi “Lunedì ci ameranno”, con il quale vince il Premio Nadal.
L’opera viene tradotta in italiano nel 2023 da Francesco Ferrucci per Sem Libri.
Trama di Lunedì ci ameranno
Nella periferia di Barcellona, in un quartiere ombroso e soffocante in cui “l’oscurantismo è penetrato senza resistenza nelle menti dei vicini”, scorre la vita di una ragazza musulmana di diciassette anni, senza nome e conosciuta solo come “la figlia di Muh”. Vive con un padre severo, rigido praticante rispetto ai dettami della religione e con una madre priva di potere decisionale, sottomessa ma sopravvissuta.
“Allora per tornare alla realtà, per frenare l’immaginazione eccitata, prendevo un pezzo di carta e una penna e facevo liste di tutto ciò che avrei fatto a partire dal lunedì: planning, orari, menu di diete, numero di serie di addominali…il lunedì sarei ridiventata la brava bambina che ero stata, senza il palpito costante che mi serpeggiava nella carne… e così, solo così, sarei stata accettata, amata.”
Sono gli anni ’90, gli anni dell’abbigliamento attillato e con la pancia scoperta. Lei cerca di rifugiarsi, di compensare le numerose mancanze e limiti imposti, tramite la scrittura immaginativa di una vita in cui la libertà è una possibile scelta o appuntando lunghe liste di azioni da svolgere sempre il “Lunedì! Lunedì! Lunedì!” per distogliersi da pensieri impuri. Non sarà sola, però.
Un’altra ragazza musulmana, senza nome, sarà fonte di grande ispirazione. Insieme lottano, scalciano, cadono, rinunciano, si rialzano. Si allontanano ma soprattutto resistono, a partire dal loro quartiere, sotto lo sguardo apparentemente silenzioso e imperturbabile dei tre grattacieli.
Recensione
Il romanzo esordisce con un preambolo in cui, chi narra la storia, anticipa il significato del leitmotiv “Lunedì Lunedì Lunedì”.
Tuttavia, dall’inizio, la voce narrante (“la figlia di Muh”) coinvolge un noi tutto al femminile, comprendendo la sua amica anonima.
“Avevi avuto anche tu la sensazione di non essere degna di essere amata perché ti eri trasformata in un corpo pericoloso?”
Sono legate da una profonda amicizia e da un destino simile. Provengono dalla stessa cultura musulmana ma le loro famiglie hanno apparentemente una mentalità diversa.
Il prologo chiarisce le intenzioni dell’opera, i cui eventi, situazioni, realtà vissute sono il racconto dei tentativi falliti di essere libere. La voce narrante dichiara che le parole esposte sono frutto della necessità di ripercorrere quei momenti vissuti, di ricordare, di comprendere, di parlare all’amica e di ritrovarsi.
Segue una prima parte in cui dal primo incontro tra le due amiche si giunge al matrimonio della voce narrante con Jamal, all’età di diciott’anni.
Nella seconda parte, invece, l’autrice dà voce a episodi inerenti al periodo successivo al matrimonio, descrivendo anche l’illusa libertà conquistata e le relative sensazioni.
“Fu come affacciarsi per la prima volta alla luce del mondo. Osservavo tutto con entusiasmo infantile. I colori mi sembravano più vibranti, la luce più abbagliante. Dentro di me sentivo delle canzoni dal ritmo sfrenato e volevo ballare.”
Il romanzo, di 32 capitoli, pone al centro la storia di due donne instancabili nel tentativo di raggiungere la libertà e l’emancipazione, al di là della cultura di appartenenza, che diventano giovani madri senza neanche accorgersene. Si sposano credendo in un futuro migliore, vivono nel degrado delle loro case, prima in quelle con i soffitti bassi dei grattacieli nella periferia di Barcellona, poi, in quelle non ammobiliate e spoglie con i loro mariti. Rinunciano l’una al completamento dei propri studi e l’altra alla realizzazione dei propri progetti lavorativi. Cercano di domare la realtà circostante, vivono molte esperienze lavorative e di vita insieme e da sole. Si autolesionano, scelgono per loro stesse cosa indossare, si truccano, si tolgono il velo imposto anche se per un periodo una delle due dice di “essere di due mondi”.
Il romanzo scorre velocemente. Si è travolti dalle storie parallele e dal legame delle due amiche descritto con molta sensibilità. Vengono aggiunti sempre particolari e sfaccettature della loro solidale amicizia senza mai essere distolti dall’idea che il romanzo sia un vero e proprio atto di ribellione e di solidarietà.
Nelle ultime pagine, la voce narrante rivela che le pagine trascritte e da noi lette, siano lettere, frutto di una richiesta da parte dello psichiatra.
“La verità profonda della nostra storia era più semplice di quanto immaginassimo. Non aveva a che vedere con lo scontro tra culture o l’integrazione, né con il fatto di essere a cavallo tra due mondi…l’unica cosa che volevamo era essere amate. Amate così come eravamo, tutto qui. Senza doverci censurare, né adattare né sottomettere.”
Si coglie il dolore, il senso di solitudine e di colpa che l’unica sopravvissuta rivolge all’altra, riflettendo su quanto non avesse mai compreso la sua sofferenza e di quanto fosse stata per lei un appiglio attraverso cui conoscere e immaginare una realtà diversa, tanto desiderata. Hanno due destini, alla fine, diversi ma unite dal desiderio di essere amate incondizionatamente tanto che nell’immagine della copertina i loro volti si perdono e si confondono l’una in quello dell’altra.
L’autrice
Najat El Hachmi nasce a Beni Sidel in Marocco e all’età di 8 anni si trasferisce in Spagna. È una scrittrice e saggista che unisce e confronta nelle proprie opere due culture, marocchina e spagnola, attraverso cui si racconta in lingua catalana.
Il romanzo d’esordio “Anch’io sono catalana” del 2004 permette di conoscere l’autrice da vicino mediante una prospettiva autobiografica. Nel 2008 vince il Premio Roman Llull con il romanzo “La città degli amori infedeli”.
La scrittura per l’autrice rappresenta, infatti, uno strumento, una chiave di lettura interpretativa della vita:
“Grazie alla scrittura posso mettere insieme i pezzi che formano la mia identità in modo più o meno armonico e scoprire i conflitti che esistono in ognuno di essi”.
Annalisa Boccuzzi



