
Quando l’assistente del dentista chiede se, nell’ultima seduta, abbia dimenticato un giubbino, mentre lo va recuperare, rimango pietrificata sulla poltrona, sigillata dentro una vaga inquietudine. Da specificare: non per l’imminente, temuta aggressione ai denti, bensì per l’attesa di vedere l’indumento.
Poco dopo l’assistente me lo sbandiera davanti – una taglia in meno, un colore improponibile – e io, illuminata nello spirito, quasi quasi l’abbraccerei. Non per aver recuperato un indumento perso, ma per la ragione opposta: non è mio. Rivolgo un pensiero affettuoso alla sconosciuta proprietaria del giubbino non potendole dire, commossa: – Batti il cinque! – visto che mi sta regalando quella benevola, solidale sensazione di comunanza. Con qualcuno appartenente alla schiera degli sbadati, di coloro che abbandonano cose in giro.
Come me, come noi.
Col pronome plurale s’intende io e mio marito. Noi due – quando si dice condividere gli stessi ideali! – seminiamo, dimentichiamo, perdiamo oggetti. Ovunque. Non si contano le volte in cui un gestore del bar ci rincorre sventolando una sciarpa, brandendo un ombrello, o peggio, agitando in una mano il telefono e nell’altra un berretto:
– Dici che chiami proprio noi?
E chi sennò?
Quante retrocessioni! A causa della telefonata dell’albergatore per la camicia trovata nell’armadio, oppure del negoziante per la borsa della spesa lasciata sul banco. A volte, ammettiamolo, dopo un’occhiata all’oggetto, con regale indifferenza, abbiamo negato: non era nostro.
Meglio perdere una cosetta che la faccia. E con severo sdegno, convincente distacco, virtuoso sprezzo, abbiamo abbandonato al suo destino, in modo definitivo, l’oggetto in questione.
Ahinoi, quando siamo in partenza da casa delle nipoti, sono queste ultime a farci le raccomandazioni:- Avete tutto?
Noi, a capo chino, trovando interessanti anche le fughe delle piastrelle:- Ci sembra di sì.
Salvo poi… ecco la solita chiamata che induce alla retromarcia:
– Avete dimenticato la/lo/le/gli: giacca, zaino, ciabatte, chiavi.
Mentre assumiamo la faccina delle emoticon, quella della bocca spalancata, la vergogna ci assale.
Basterebbe molto meno – ma c’è sempre un oggetto dimenticato qua, un altro là, e dai oggi e dai domani – perché la reputazione venga segnata in modo irrimediabile anche per persone grossomodo affidabili come, ostinatamente, ci riteniamo di essere. Non volendo rassegnarci a una vita sociale in caduta libera, ci affidiamo alla commiserazione altrui, considerando che non si tratta dell’innocua stravaganza degli adolescenti, i quali possono far leva sugli ormoni e, in generale, sul loro complesso meccanismo interno.
Il solo lato positivo di questo continuo lasciare in giro oggetti si vedrà in seguito: se una futura demenza inizierà, difficilmente ce ne accorgeremo, visto che da una vita dimentichiamo.
E, da non crederci, ma lo posso dire: la mia memoria è buona.
Persone, eventi della vita, belli stampati con le loro didascalie mentali in modo preciso: – Che data era quando…?
Eccomi a sfoderare giorno, mese, anno, dettagli, tempo meteorologico – mancherebbero solo eventuali millimetri di pioggia caduti. Ricordi classificati, suddivisi per cronologia ma anche per genere, tra quelli buoni buoni, gli abbastanza buoni, i dolorosi da tirar fuori per non abituarsi troppo a quelli buoni – perché quando le cose vanno bene il sospetto che non te le meriti o, sotto sotto, qualcosa accadrà, persiste – quelli ossessivi, perfino gli insignificanti che, chissà per quale motivo, si sono insediati.
È il presente il nodo cruciale: gestire la quotidianità. Com’è possibile?- si chiederà una persona attenta, organizzata. Ma, portate pazienza, obietto e mi oppongo dinanzi a che si è beccato tutti i geni relativi al controllo. Una persona normale, insomma. Le nostre, purtroppo, sono abitudini appiccicate addosso come quelle alghe che ti porti dietro al mare e, pur cercando di scrollartele dal piede, non te ne liberi.
Se la storia non insegna, figurarsi le esperienze: pianificazioni belle precise, impegnate, che svaporano.
Prima di affrontare una faccenda più vergognosa, di cui parlerò in seguito ho bisogno – come trovo confortante, anche nella vita, rifugiarmi negli incisi – di divagare. Dopo aver tentato di scomodare Freud, ho allontanato sprezzantemente la sua teoria sulle dimenticanze pensando che risulti più convincente quando si occupa di quel disgraziato di Edipo. Come può azzardare che se, mettiamo, uno dimentica le chiavi della macchina sia perché non abbia voglia di partire? Ma quando mai?
Ora però, in totale assenza di impudicizia – se devo nutrire il senso di colpa, beh, alimentiamolo – è venuto il momento di confessare ciò per cui ho tergiversato: lo scambio.
Lungi da noi voler sgraffignare qualcosa. Però succede. Prendiamo qualcosa che assomiglia al nostro oggetto e lasciamo lì quello che ci appartiene. Solitamente veniamo richiamati, specie se il cambio non è a favore del derubato.
Altra questione, tanto perché non si pensi che non ci impegniamo: il timbro.
In barba alla privacy abbiamo il numero di telefono stampato su un infinità di cose. Ombrelli, scatolina delle medicine da viaggio, e naturalmente biglietti con l’indirizzo ficcati ovunque. Inoltre portachiavi enormi, visibili, portafoglio di colore rosso da visualizzare bene.
Il tempo: questione non secondaria. Quello passato a cercare cose dentro casa. Avanti e indietro. Ripercorrendo lo stesso percorso, frugando negli stessi posti.
-Telefonami tu che sento dove si è ficcato il mio telefono (sì, attribuiamo vita decisionale agli oggetti).
– No, stavo per dirti di chiamare tu che non so dov’è il mio.
A dir la verità, io, fatalista, fido nel ricongiungimento in futuro: sarà ancora più commovente. Mio marito invece, in queste occasioni, tira fuori il lato attivista partendo in un’investigazione che sarebbe umiliante per Poirot. Così eccoci in uno dei siparietti della nostra routine quotidiana: la sua irrequietezza, il mio fatalismo; il suo cercare, il mio demordere.
Un discorso a parte riguarda gli indumenti scomparsi, non si sa come, dall’armadio (anta sua dove soggiornano maglie vecchie di decenni). Ecco, queste spariscono così per magia un giorno di primavera di grandi pulizie : giurin giurello, io non ne so niente. Negare, e se non si è convincenti sulla testa altrui, ripiegare sulla propria. Ma questo è, appunto, un discorso diverso.
Quella volta ci eravamo impegnati: la speranza che il passato non gettasse le ombre sul presente c’era. Come un mantra ripetevamo che dovevamo far le cose per benino, già rivestiti dell’orgoglio di riuscire a tenere tutto sotto controllo. Si andava in compagnia, diamine, un po’ di amor proprio: saremmo stati in grado di non far sbavature, una volta tanto? Dopo la sosta al ristorante, si riparte; ci si ferma una ventina di chilometri più avanti. Mio marito: – Dove sarà… e prima che finisca già mi indispettisco (quanto ci aiutano gli eufemismi: in verità, avessi avuto un raggio disintegratore l’avrei fulminato). Questa volta tocca al telefono. Noo! Rifare la strada?
– Ben gli sta – penso, con una nota di perfidia – che si becchi pure questa figuraccia! Lo aspetterò qui, non lo seguirò in questa sua ennesima dimenticanza.
Dopo poco arriva la telefonata. – Qui con il telefono c’è pure un tablet, cosa dici? te lo porto? Un’evidenza incontestabile; non occorre che controlli lo zaino: sì, è il mio.
Il silenzio che cala, la camicetta che diventa un sudario.
Meno male che gli amici sono fatti per questo: comprensivi con un’amabil (la loro), resa (la nostra), di fronte ai buoni propositi naufragati, a un’illusione sgretolata, all’attenzione e al controllo andati a zonzo. Come sempre.
Il mio, il suo, il nostro impegno frantumato, democraticamente, con un oggetto a testa.
La butto nell’umorismo ma, lasciatemelo dire, è un umorismo amaro quello che si impone davanti a un episodio che, dopo un passato glorioso di sbadataggini, nella sua banale realtà non poteva che essere all’altezza dei precedenti. Coerentemente.



