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Invito a pranzo

  • Uno due tre quattro cinque.

Cinque semi di fagiolini alla volta, dal palmo della mano, precipitano nell’umidità della terra che, golosa, se li accaparra; controllo che siano al centro del piccolo scavo che ho appena fatto. Piccolo deve essere. Mio marito sentenzia che i semi” devono sentire il suono delle campane”, cioè devono stare appena sotto il primo strato di terra. Ricopro di terriccio. Ricomincio: – Uno due…

Ed ecco, neanche a farlo apposta,  il campanile della chiesa  batte uno dei rintocchi familiari che scandiscono, ricordano o  interrompono i nostri ritmi quotidiani.

Lascio precipitosamente questo  parziale contributo, infinitesimale a confronto di quello pieno di dedizione, accanito e testardo del mio compagno di vita che, dopo aver vangato, sta ancora levigando il terreno a qualche metro di distanza.

–  Franco, sbrigati: è ora!

 

Raggiungendo casa nostra, a pochi metri dall’orto, ci spolveriamo in fretta la polvere di dosso.

I miei jeans, sul fondo, hanno trattenuto un po’ di terra; la maglietta sporca e stropicciata  sembra lanciare un SOS ad un’immersione acquatica  più tempestiva possibile. Per non parlare di Franco,  impolverato da testa a piedi.

Non importa: un’energica, doverosa lavata di mani può bastare.

Mio marito però lancia un’occhiataccia perplessa quando vede che oso abbinare,  a questo sudaticcio abbigliamento,  le scarpe col tacco, io che non le uso mai, ma  non proferisce parola, consapevole che  pure l’appuntamento che ci aspetta  non rientra nella normalità.  Lui si toglie solo  l’impiccio della casacca da lavoro che ha visto passare tante, tante stagioni e rimane in camicia.

Siamo invitati al ristorante. Un pranzo importante.

Ore: 9 e mezza del mattino. Luogo: retro  di casa, sotto il gazebo.

 

Emma, dall’alto dei suoi 7 anni compiuti di fresco,  chef , nonché cameriera, nonché cassiera, in pratica amministratrice unica dell’attività, ci sta aspettando  a ragione: la puntualità è basilare.

  • Possiamo? Buongiorno signora. Scusi il ritardo.

Accidenti! Siamo gli ultimi arrivati;  noto infatti, con un certo imbarazzo, anche se la nostra nipotina con un sorriso premuroso mostra tutta la sua indulgenza,  che gli altri commensali sono già sistemati a tavola.

Alla nostra destra Bartolomeo, l’orso,  è impegnato nel tenersi stretto al tavolo con le zampacce per non cadere. Dall’espressione assonnata dei suoi occhi vetrosi  si indovina che se ne starebbe stato volentieri ancora in casa, in letargo.

A sinistra Antonello, il caprone, che incute un certo disagio perchè,  con il  testone perennemente girato di 90° gradi nella  nostra direzione, ci fissa con sguardo torvo. Quando si etichettano  gli ovini affermando che sono  miti: neanche un po’.

Meno male che, come dirimpettaio, abbiamo Girolamo, coniglio dall’aria decisamente gioviale, come se  ci tenesse a far sapere che  quest’occasione a lui è gradita. Il problema è che gli anni e il passaggio di proprietà di più generazioni lo hanno reso alquanto smidollato: un orecchio ricorda l’implacabile legge di gravità; l’altro appare  indeciso tra l’alto e il basso. Tutto il corpo dimostra comunque di essere tentato alla resa del precipizio sedia- pavimento.

Franco,  come sempre abituato a riparare, sistemare, aggiustare oggetti o situazioni che si presentino, prima di accomodarsi,  gli offre una sistemazione adeguata imprigionandolo, trincerandogli la testa tra una caraffa e il vaso con i  fiori freschi, appositamente raccolti per l’evento.

Io, invece, mi sono già lasciata sedurre dalle comodità, più che altro per liberarmi con discrezione, sotto il tavolo, delle scarpe che nel tragitto casa- gazebo hanno dimostrato le scarse abilità di portamento della proprietaria.

In un angolo  la cucinetta rudimentale, di legno, che il  papà ha costruito per la cuoca in

miniatura, è provvista di scaffaletti, dotata di tutta l’attrezzatura necessaria, dai piattini scompagnati alle posatine colorate, oltre a pezzi veri  che,  probabilmente, sono stati chiesti in  dotazione alla mamma.

Siamo ansiosi di indovinare quali, quante portate preveda il nostro pranzo.

Emma aspetta solo un cenno.

  • Signori, cosa vi porto?
  • Ci dica lei, signora. Cosa ci ha preparato oggi, signora?

E’ buona regola abbondare con quel “signora”: dà importanza alla nostra interlocutrice e tono alla conversazione. Soprattutto però crea quel distacco necessario tra chi offre il servizio e chi ne usufruisce, indispensabile, nel caso presente, dove l’affetto non controllato per la piccola tuttofare potrebbe giocare brutti scherzi e mandare all’aria la magia del momento.

 

Il menù è ricchissimo. Variegato e, volendo, anche invertito: capiamo  che  potrebbe iniziare perfino dal dolce, rifiutando  i conformismi, ma decidiamo di optare  per l’ordine consueto.

Quindi, per far passare i primi morsi della fame, vada per un antipasto di erbette di campo, che si reggono aggrovigliate tra loro. Veniamo serviti con due piattini su cui la terra, provvidenziale per mantenere più fresca la ghiottoneria, tende  a trasbordare. Già inizio a cercare, in un vocabolario dell’Accademia della Crusca mentale, ogni sorta di aggettivo per definire il piatto, per  gratificare questa  cuciniera quanto mai emozionata. Poi però mi dico   che è saggio risparmiare  “superlativo, divino, ineccepibile” fino al dolce. Caso mai le portate fossero numerose, mi troverei del tutto impreparata.

Franco  invece ringrazia l’addetta alla cucina in modo spudorato, lasciandomi svantaggiata, ma sta barando perchè si avvale di una serie di suoni onomatopeici;  ne sciorina talmente tanti che aspetto la rivincita: mi sa che al secondo avrà esaurito il repertorio.

Gli altri ospiti  non interferiscono con le nostre conversazioni,  propendono per le stesse cose che scegliamo noi, non esprimono gradimento, ma neanche critiche.

Nel frattempo Emma, dentro il suo regno gastronomico,  è indaffarata per soddisfare la  clientela, anche se non particolarmente pretenziosa.

Mio marito ed io ci atteniamo scrupolosamente ad un atteggiamento irreprensibile, mostrando  regole di comportamento molto più formali di quelle che adottiamo abitualmente, attorno al tavolo di casa.

Però davvero ci stiamo alimentando: dei gesti,  degli occhi,  di quelle   fossette che si formano ogni volta che la bocca sorride e che, con infinita trepidazione, speriamo in cuor nostro che, con il passare del tempo, non si perdano mai.

 

Senza che ce ne accorgiamo è già ora del primo piatto.  Una pastasciutta grigetta, del colore del ghiaino per intenderci, ci viene servita in altri piattini. Ci buttiamo senza riflettere, ma il grido di allarme della cameriera ci ferma con la forchettina a mezz’aria.

  • Avete dimenticato il grana!!

Non sia mai. Una pioggerellina di segatura piomba sui piatti: pezzi solidi, che il sapore si senta!

 

Esiste però  il problema dei rifiuti. Noi sappiamo che lei sa che noi sappiamo che è “per finta”, ma con quale cuore buttare così di botto questo ben di dio a cui  è stata dedicata estrema dedizione? Attendiamo, senza bisogno di dircelo, ma con la sincronia che negli anni ha affiatato i gesti di chi condivide la  vita, che la cuoca, già proiettata verso i secondi, si giri per gettare  simultaneamente  le prelibatezze sul prato.

Per quanto riguarda i secondi si può scegliere  tra  sofficini dal ripieno quanto mai fantasioso: al tonno, all’insalata, al riso, anche con gli gnocchi. Gli gnocchi dentro ai sofficini? Cerco di immaginare ‘sto pastone ed un senso di sazietà mi assale improvviso.

  • Ci sono alternative? – chiediamo.

Emma riflette: – Abbiamo la carne.

Carne come?  Che sia bollita? Arrosta? O, non sia mai, cruda ? Meglio approfondire.

  • Signora, gentilmente, ci dice com’è la carne?

La promotrice di questa cucina altamente alternativa  parte con l’elenco: carne con marmellata o con nutella o alle pesche…

Io sono sempre stata diffidente con le novità in cucina, abbarbicata tenacemente ai sapori tradizionali. Franco no, coerente con  le scelte che fa solitamente,  si butta: – Non vedo l’ora di assaggiare la carne con la nutella.

Preferendo restare sul vago,  propendo per carne e basta anche se, a conti fatti, sembra che il mio piatto, rappresentato da striscioline di carta, non sia per niente dissimile dall’altro, arricchito con la nutella. Non faccio domande: i segreti dei  cuochi, come i peccati in confessionale, tali devono restare. Mio marito, l’ingordo, ha il coraggio di chiedere anche il bis; secondo me  sta gettando un po’ di fumo negli occhi  perchè ha esaurito tutti i suoni che manifestano la sua approvazione, ma avevo preventivato che sarebbe successo questo, o no?

Intanto  non  le togliamo gli occhi di dosso;  da tanto tempo nessuno ha  cucinato per noi con   le attenzioni e la delicatezza  di questa creatura.

Osserva al dettaglio ogni gesto che facciamo; il nostro apprezzamento le sta a cuore come se, qui e ora, non ci fosse niente altro di più importante al mondo.  Noi non avvertiamo gli anni: abbiamo l’immenso, ineguagliabile privilegio di tornare senza età. Intenerita, penso che se ognuno ponesse  tanto cuore come sta mettendo questa bambina in ciò che fa in questo momento, i problemi dell’intera umanità si dissolverebbero.

 

Bando alle riflessioni; siamo arrivati al dolce che è unico: budino, ma con varianti innumerevoli: alla pesca, alla fragola, al cioccolato… L’acquolina in bocca la sentiamo davvero.

La sentirebbe anche Oscar, il nostro gatto che, avendo visto la tavola apparecchiata, ha deciso di far parte del gruppo ma, già nel cauto avvicinamento,  i  movimenti si sono fatti dubbiosi: all’olfatto arriva poco o niente. Ciononostante gira sotto il tavolo in stato confusionale, mentre le speranze si diradano sempre più; così, dopo aver capito che, come si dice, non c’è trippa per gatti, si accoccola sulla sedia vicino al coniglio: sicuramente anche lui  lo considera il più simpatico dei tre statici, inamovibili  ospiti. Mi dispiace per Oscar,  ma io vorrei trovare qualcuno che si azzardi  a smentire quando affermo che  percepiamo veramente la consistenza morbida ed il gusto soave  del budino che ci fa muovere le mandibole, in maniera poco discreta stavolta, per tutto il tempo che riteniamo adeguato per una sana digestione.

 

Ed eccoci arrivati al tocco finale! Emma aspetta proprio queste parole:

  • Signora, ci fa il conto, per favore?

Con quella grazia e femminilità genuine che si possono avere solo a   sette anni, si gira facendo oscillare la treccia che, come un tergicristallo, oscilla di qua e di là:

–  Subito signori !

Quindi, compita e precisa, afferra un foglietto ( parecchi altri pranzi ci aspettano: lo capiamo dalla pila di pezzetti di carta appositamente tagliati), impugna la penna; con la sua scrittura grande, da prima elementare, che il coronavirus ha fermato al  maiuscolo,  scrive: 2 EURO. Poi però ci ripensa; forse ha sentito anche lei la parola inflazione e, sicura, aggiunge:  PIU’ 30 CENTESIMI.

Paghiamo, salutiamo, ringraziamo in modo decisamente biasimevole, colmo di vergognose smancerie, per assicurarci di essere invitati di nuovo prossimamente.

Ammettiamolo: siamo veramente tanto, tanto opportunisti.

Lasciare i lavori, sistemarsi (insomma, neanche tanto), abbuffarsi di ghiottonerie, sentirsi serviti e riveriti in questo modo brioso, essere spettatori in prima fila, con ruoli di coinvolgimento ed improvvisazione,  fare il pieno di emozioni ad un tale prezzo, tra l’altro pagato con gettoni di plastica che,  con un sotterfugio, ci sono stati forniti sottobanco:  a chi non converrebbe?

Loretta Casagrande

1 Commento
  1. Caterina dice

    Un racconto che mi ha fatto spuntare il sorriso per la sua capacità di descrivere, con dovizia di particolari, l’universo dei bambini. Un universo in cui tutto è possibile, in cui le metamorfosi sono all’ordine del giorno; un mondo capace di valorizzare ed esaltare le piccole cose ( un filo d’erba, la segatura, il ghiaino) trasformandole in grandi capolavori con l’aggiunta dell’ingrediente magico della fantasia!
    Loretta è stata in grado, mediante questo racconto, di invitarci al suo banchetto, un banchetto multietnico e di far rivivere questo momento magico in noi.
    Mai come in questo periodo difficile il regresso nel mondo dei bambini può avere un effetto purificante e darci un’importante lezione di vita: riscoprire il piacere delle piccole cose, ripensare al valore dei legami e della convivialità, inventare a partire da ingredienti semplici e quotidiani, vedere le cose con un’altro sguardo, riscoprendo il contatto con la natura ed esiliandoci per un momento dal vortice della tecnologia che ci chiama sempre piu a sé.

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