
Perché “Veneri deformi” è un libro coraggioso e perché viene da invidiare la sua autrice Yasmina Pani? Perché il libro con cui la Neo edizioni ha inaugurato a maggio 2026 la collana di personal essay “Diversioni”, curata da Alex Piovan, mette insieme tutte quelle “cose che non si raccontano” che potrebbero condizionare i nostri rapporti con gli altri. Noi le teniamo nascoste, lei no. E meno male: qualcuno deve pur farlo.
Ringraziamo la casa editrice per la copia cartacea ricevuta in omaggio.
Trama di Veneri deformi
Il personal essay “Veneri deformi” inizia parlando del disturbo alimentare dell’autrice. Presto, però, scopriamo che il non mangiare per tre giorni o l’abbuffarsi per poi rigettare tutto sono facce della stessa medaglia, che l’autrice scandaglia in maniera profonda e lucida: la repulsione e il rigore verso sé stessi.
Questa repulsione porta ad ascoltare l’istinto a farsi male, sfidare la propria resistenza, vedere quanto si può restare in apnea. Senza possibilità di appello, senza lieto fine, anzi senza una fine: “Veneri deformi” parla di una condizione di vita, di un filtro attraverso cui si legge sé stessi anche quando si sa benissimo che è distorto, inclemente, irrazionale.
Recensione
Probabilmente questo libro è quanto di più lontano possa esserci dalle mie letture. Sono refrattaria all’autobiografismo, soprattutto delle persone viventi, perché sono ciecamente d’accordo con quanto Giuseppe Berto scrive come prologo a “Il male oscuro”:
“(…) uno scrittore è, sempre, autobiografico. Tuttavia si può dire che lo è un po’ meno quando (…) si propone più scopertamente il tema dell’autobiografia, perché allora il narcisismo da una parte e il gusto del narrare dall’altra possono portarlo ad una addirittura deformazione di fatti e di persone”.
Poi arriva Yasmina Pani a rimescolare le carte e a mettere la deformità già in copertina. La troviamo sia nel titolo sia nella foto scelta: un corpo nudo – il suo – leggermente distorto dall’acqua. Il punto è che l’occhio del lettore riesce a riconoscere la sensualità del corpo attraverso il filtro dell’acqua, invece la visione della voce narrante indugia nella distorsione. Ci racconta la perenne repulsione che si prova nel trovarsi in un corpo in cui non ci si riconosce e le pene che gli vuole (si vuole) infliggere per punirlo, per avvicinarlo alle aspettative: eccesso di digiuno, eccesso di cibo, eccesso di allenamento, eccesso di esposizione. Eccesso verbale, eccesso di paragoni.
“È la stessa identica dinamica del digiuno: io ci riesco, io sono invulnerabile, io posso sopportare privazioni e fatiche.”
Devo dire che temevo di trovare autocompiacimento o autocompatimento: devo dire invece che non li ho trovati. Anzi, il racconto-fiume, lucido e arrabbiato, procede a ritmo rigoroso contro tutto ciò che potremmo considerare scomodo o fraintendibile, come l’irrazionale invidia verso chiunque ritenga essere più bella di lei o il costante senso di competizione, soprattutto verso sè stessi.
Ci sono momenti in cui tocchiamo punti molto bassi per darci la spinta e risalire. Yasmina ha l’impulso scorpionico di spiattellarli al pubblico, imporli a chi non vuole guardare, come se volesse punirli, o forse punirsi. Scava nella melma e rivela tutto quello che trova, come se lo vomitasse, come se se ne potesse liberare; come se potesse non ritorcersi mai contro di lei e non potesse condizionare la sua sfera relazionale. Non basta questo, per invidiarla? Yasmina non è sola, noi non siamo soli: siamo pronti per accettarci e salvarci.



