
Che cosa ho appena letto? “Romanzo di crinale” di Silvano Scaruffi è un prodotto Neo edizioni di febbraio 2024 e mi ha lasciata basita dall’inizio alla fine.
Ringraziamo la casa editrice per la copia cartacea inviata in omaggio.
Trama di Romanzo di crinale
Sull’appennino tosco-emiliano, un paese intero si schiera contro la creazione del Parco.
Attraverso il romanzo ne conosciamo da vicino alcuni elementi e assistiamo alle operazioni di ostracismo e protesta.
Recensione
Forse è meglio che non vi dica da quanto tempo ho questo libro. Sono sincera: mi respingeva la copertina, non mi entrava in testa il titolo (l’ho pure sbagliato parlandone con l’editore!), mi inibiva il linguaggio. Quindi ho dato precedenza a tanti altri nuovi nati Neo e rimandavo questo. E intanto il teschio mi giudicava, severo.
Quando un lettore inizia “Romanzo di crinale” prova disorientamento allo stato puro. I personaggi parlano in un modo impossibile, le scene vengono snocciolate senza apparente connessione. Inoltre sembrano tutti matti: c’è chi ha un verme come animale domestico, chi continua a fare telefonate assurde perché sente vibrare la casa, chi soffre di narcolessia.
“Il cielo si ingrigì, come ammuffito di fresco”
Quando un lettore continua a leggere “Romanzo di crinale” e comincia a scorgerne gli equilibri, però, scopre che la lingua dei personaggi è vernacolare: strana, ma non impossibile. Le scene una connessione ce l’hanno; anzi, vengono seminati alcuni elementi che porteranno da qualche parte.
Appena riconosciuti i tratti rassicuranti di un romanzo e individuati alcuni archetipi, il lettore si rilassa un po’ e finalmente riesce a muoversi più comodamente nell’intreccio.
Certo alcune volte sembra sempre di leggere qualche verso de “Il lonfo”, ma ormai si è capito che fa tutto parte dell’espressione viscerale di questi personaggi. Si muovono in un microcosmo tutto loro, quasi parallelo alla realtà, con miti e leggende metropolitane che ogni tanto sbucano da sottoterra.
Ci sono almeno due buoni motivi per leggere “Romanzo di crinale”. Uno è il più evidente: la vivacità della lingua dei dialoghi, anche se apparentemente oscura per chi non è reggino. L’altro è quello che resta: l’animalità, furente e selvaggia, di chi è fortemente radicato alla propria realtà.



