“Nino. Il bambino nascosto” – Nicolino Sapio


Voto: 5 stelle / 5

Parla di infanzia negata il nuovo libro di Nicolino Sapio, fotoreporter, scrittore, impegnato in progetti internazionali sui diritti umani. Oggi, 13 ottobre 2026, è uscito il romanzo “Nino. Il bambino nascosto” (Töpffer Editore 2026, 254 p.). Una vicenda di toccante umanità da conservare nella memoria e nel cuore.

Ringraziamo l’agenzia 1A comunicazione e la casa editrice per la copia digitale ricevuta in omaggio.

Trama di Nino. Il bambino nascosto

Il piccolo Nino vive a Macchia, un paese dell’entroterra calabrese. Tra natura, pallone, scorribande con gli amici, i rimbrotti del maestro, le luminarie della comunità in festa, le sue giornate trascorrono spensierate. Poi all’improvviso lo strappo di un viaggio che da Cosenza lo porta in Svizzera, dove i genitori hanno trovato un impiego come migranti stagionali. A Zurigo, la vita di questo bambino di dieci anni prende una piega inspiegabile a suon di divieti, privazioni, mezze verità e le promesse di chi sa di non poterle mantenere.

Il romanzo traccia ad altezza bambino il dramma di chi deve fingere di non esistere. Di chi deve imparare a sparire al punto da dimenticare la propria voce. Una condizione più crudele della vita sotto falsa identità. In clandestinità. O in fuga.

Infatti viene denunciata una delle pagine più buie e dimenticate della nostra storia migratoria. Conoscete lo scandalo dei “bambini nell’armadio”? Sono i bambini italiani immigrati clandestinamente in Svizzera nel secondo Novecento e condannati all’invisibilità. A dar loro un volto e un riscatto è Nino che li rappresenta tutti.

Recensione

Sfruttare manodopera a basso costo senza garantirne i diritti. Accogliere forza lavoro risparmiando sui costi sociali. È il nervo scoperto della politica elvetica verso i migranti italiani che tanto hanno contribuito alla crescita del Paese ospitante. Così poco ospitale da chiamarli mangiaspaghetti e zingari, i nostri connazionali. Poiché lo statuto dei lavoratori stagionali non contemplava ricongiungimento familiare e permesso di soggiorno, migliaia di bambini entrarono clandestinamente oltreconfine. Reclusi in casa, vivevano nel terrore di essere scoperti, pena il rimpatrio.

È su questo sfondo che il romanzo riflette sul significato di essere bambini quando la legge te lo impedisce e sulla genitorialità dei migranti, sofferta e contraddittoria, in balìa di eventi più grandi di loro.

“Questa moltitudine di umanità sradicata, obbligata dalla
fame – dalla deriva progressiva del mondo di creare benessere per gli esseri umani a discapito di altri – a
scappare di casa per non sentircisi mai più, a casa. Costretta
a incolonnarsi come formiche secondo regole matematiche
fatte di cemento, servitù, malattie e solitudine. Questa moltitudine di gente era primariamente accomunata dal requisito dell’invisibilità. Invisibili erano i figli non permessi, nascosti come Nino nell’armadio, o nelle
cantine. E invisibili erano i grandi, anche se portatori di autorizzazione, di permesso stagionale, o in qualunque modo si volesse
ammantare di ufficialità un documento che decretava la loro
condizione di inferiorità
“

Cosa succede quando l’infanzia diventa un incubo quotidiano? Senza amici, studio, il gioco, l’aria aperta. Cosa accade a un preadolescente quando non può guardare il mondo nemmeno dalla finestra? Sono alcuni interrogativi di una vicenda che indigna, tocca le nostre corde più profonde, lascia spazio alla speranza. Un quesito delicato riguarda anche i genitori: è legittimo scegliere di far vivere il proprio figlio in condizioni estreme pur di non separarsi da lui?

Una stanza senza cielo

Lo sguardo di Nino non condanna e non assolve. Non suggerisce cosa è giusto o sbagliato. Esprime l’esigenza di capire i segreti della clausura con cui, per volontà di altri, si deve confrontare. Peccato che ai suoi occhi “gli altri” siano mamma e papà. Il che genera in lui senso di colpa e confusione. Per fortuna possiede quello spirito di adattamento che, unito alla fantasia, lo aiutano a mantenere la voglia di scoprire il mondo circostante, propria della sua età. Sin dalle prime pagine, dedicate all’incursione al cimitero con gli amici, conosciamo un bambino curioso, sveglio, pronto all’avventura, ribelle il giusto.

L’autore cesella in soggettiva gli scenari e il mondo interiore del protagonista perché il romanzo abita un territorio variegato. Il paese d’origine dalla natura amica rappresentati con una scrittura concreta e viva. Zurigo, dove la reclusione in una stanza segna il perimetro della solitudine e della paura con una scrittura più stringata. Altro che Lu Macrumamau, l’uomo nero delle fiabe. Qui, complice la barriera linguistica, tutto sembra ostile privo com’è di elementi riconoscibili atti a lenire il dolore. Però mano a mano che lo spazio vitale si restringe e quel che possiede si avvicina al nulla, accade il miracolo. Il mondo immaginativo del piccolo Nino si dilata e le risorse interiori pure. La sua forma di resistenza diventa il disegno che lo aiuta a ravvivare i ricordi e i colori della vita. Perché Nino riuscirà sempre a volersi bene.

Senza stereotipi a tema, con il suo romanzo Nicolino Sapio dimostra quanto la frizione tra bisogni economici e affettivi possa condurre nel campo minato della vergogna, della discriminazione, dell’insensatezza. Ma alla fine vince la poesia dell’età dell’innocenza.

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