A parte me

È qui, seduto. Parla e ride ma non lo sa. Non mi vede. Ha di fianco quella, la stronza. Un caschetto nero con due occhi vuoti, labbra rosa, pelle unta. Come fai a stare con lui? 
Se ci penso non sorrido più. Devo farlo, perché li ho di fronte. Non so cosa mi sia preso. Un’ora fa avevo in testa soltanto un panino e una birra rossa.
Guardami. Non mi guarda. Non può, perché non parlo. Sta lì, scherza con gli altri, ogni tanto abbassa lo sguardo e si liscia la barba. È nera, corta, sparpagliata sul viso come chiazze nel mare.

Sto parlando poco col mio gruppo. Anzi, neanche un po’. Forse qualcuno ha intuito qualcosa. Tra un po’ mi guarderanno tutti. 
Ogni tanto abbasso il mento. È una tregua. Lo stomaco gorgoglia, le chiamano farfalle ma sono aquiloni. Lui non mi hai mai vista, non ha girato la testa nemmeno una volta e questa cosa la odio. Non sa che esisto, non potrebbe neanche sognarmi. Però guarda lei, la stronza. Sta lì, ridacchia. La voce stridula soffoca l’aria. Le mani svolazzano. Lui la cerca, lei non si fa trovare. Ogni tanto agguanta il telefono e scompare. Lui fa qualche battuta, gli amici ridono. Forse dice anche qualcosa di sconcio perché la stronza rinviene e poi scuote la testa.
È simpatico. Sorride spesso, poi parla, dice cose di fretta. Gesticola, rovescia un bicchiere.

Sto male. La tristezza mi graffia le guance. Raschia la pelle. Vorrei essere più magra, ma che differenza farebbe? Tanto sono pazza. Metà panino riposa nel piatto. Ho la nausea. La birra è un bicchiere di bolle. Qualcuno mi guarda, adesso. Non parlo da troppo tempo, dicono. Idioti. Non sanno niente.
Finora non ho fatto altro che parlare. 
Mi fanno segno, si alzano. Ci metto un istante a capire che ce ne stiamo andando. Lui no. Lui è lì. Adesso sta ascoltando un amico. La stronza invece non ascolta mai. Ha ancora il telefono in mano. Resto dritta, come una torre. Voglio che si giri, ma non si gira. Voglio che mi veda, almeno una volta, ma non mi vede. Respiro. Esco. L’aria fresca mi punge la testa. Dentro c’è lui. Qui fuori non c’è niente.

I ragazzi salutano. Qualcuno mi scruta. Passeranno la serata a ripetere che sono stata strana, ma non mi interessa. La fermata è vicina. Devo tornare. Fa freddo e sono sola. Eppure, non voglio avviarmi. Non voglio affrontare questa malinconia spaventosa. Guardo il cielo. È apparso in alto perché il soffitto mi è crollato addosso.
Scruto il pub un’ultima volta. L’ingresso illuminato male. I cartelloni con tutti i panini. 
Respiro. Dentro c’è lui. Qui fuori non c’è niente.
A parte me.

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