Gli atleti dei cartoni animati giapponesi

Gli atleti dei cartoni animati giapponesi: giovani, talentuosi, determinati

Gli atleti che affollano le serie sportive giapponesi sono tutti giovani: studenti di medie e di liceo. Vedono nello sport l’opportunità di ribellarsi alla rigida omologazione imposta dalla scuola. Anche se non si capisce dove trovino il tempo per giocare, dato che in Giappone lo studio è durissimo. Mentre loro, ragazzi e ragazze, si lasciano assorbire completamente dalla disciplina praticata, sacrificando a essa ogni cosa, perfino la propria vita sentimentale.

Hanno un enorme talento. A loro ogni cosa riesce con facilità. Risolvono le situazioni più ingarbugliate grazie all’intuito, che permette loro di vedere ciò che gli altri non vedono. E imparano molto in fretta: all’occorrenza replicano le tecniche altrui in maniera quasi perfetta al primo tentativo.

Sono pure più determinati del ferro. Il che li porta a migliorare senza sosta le proprie prestazioni. A prezzo naturalmente di sacrifici disumani. Coadiuvati dai loro allenatori che s’inventano ogni volta inimmaginabili sevizie “per il loro bene”.

Ci mettono l’anima perché si sentono in debito con familiari, sostenitori, compagni, allenatori e via dicendo. Il successo è un modo per ripagare la loro fiducia. Inoltre, nello sport la competizione è un elemento socialmente incoraggiato, oltre che accettato. L’inesausta ricerca della vittoria è parte integrante di un percorso formativo. Meta finale, la conoscenza di sé, raggiunta attraverso la consapevolezza e il superamento dei propri limiti. L’avversario è semplicemente uno che sta percorrendo il medesimo itinerario. Riconoscere la propria sconfitta non è disonorevole: se l’atleta si è impegnato al massimo, senza lasciare nulla d’intentato, perdere non è un dramma.

 

Regole e avversari

La pratica sportiva, naturalmente, comporta e richiede il rispetto delle regole. I progressi fisici non possono (anzi, non debbono) prescindere dalla crescita spirituale. Come se tutto questo non bastasse, nonostante i successi ottenuti e la chiara consapevolezza della propria superiorità, questi ragazzini mostrano un’umiltà a dir poco inverosimile. E non c’è impresa che non riescano a portare fino in fondo. Finiscono sempre per eccellere nel loro campo. Batterli è quasi impossibile.

Devono periodicamente misurarsi con altri sportivi, visti quali ostacoli sul percorso che li porterà alla vittoria finale. L’andamento degli incontri/scontri è sempre quello: dopo un iniziale momento di drammaticissima difficoltà, i protagonisti prendono le misure ai propri avversari – molto spesso superiori per età, esperienza e forza – si riprendono e riescono a batterli in virtù d’una risolutezza che compensa eventuali deficienze tecniche o d’altro tipo. Gli antagonisti vengono spesso presentati come individui presuntuosi e arroganti, persuasi che la vittoria sia già nelle loro mani. In questo modo, però, sottovalutano i protagonisti. E perdono. Alla fine si complimentano con i vincitori, ne riconoscono il successo e strappano loro la promessa di una rivincita che sanno potrebbe anche non avere luogo.

 

Il concetto di gruppo

La forza di questi fenomeni in erba sta nel concetto di gruppo, uno dei pilastri su cui poggia la società giapponese. Kenzo Kabuto, lo scienziato creatore del Grande Mazinga, afferma: «C’è un limite alla potenza di ogni uomo isolato, ma se si unisce agli altri e insieme puntano alla meta, il loro potere sarà incommensurabile […]. Restiamo uniti e difendiamoci con la forza superiore dell’unità». Aggiungendo, in altra occasione: «Non lasciarti guidare dai tuoi istinti egoistici. Fai parte di un gruppo, ricordalo. Solo se combatteremo sempre uniti, in accordo gli uni con gli altri, rispettando gli ordini, riusciremo finalmente a vincere».

In effetti, molti personaggi dei cartoni animati giapponesi si immolano in nome della collettività. Il singolo talento di ognuno va finalizzato a vantaggio di tutti. L’individualismo è bandito. Non viene neppure concepito. Del resto, il noi è il valore cui la società sino-giapponese educa fin da piccoli. C’è un però: il gruppo viene vissuto come un’entità a tenuta stagna, impermeabile agli elementi e alle “interferenze” provenienti dall’esterno. Questi ideali hanno il difetto di non essere universali. La loro validità s’esaurisce all’interno del gruppo. Fuori di esso, perdono la loro forza.

Il concetto di privacy non esiste, perché non si è riusciti a creare una libertà individuale svincolata dalla logica collettiva. La vita di un giapponese è ripartita fra ambito esterno (soto) e ambito interno (uchi), ognuno dei quali richiede norme comportamentali ben precise. Tale diversificazione riguarda però il singolo. La distinzione fra pubblico e privato non è altrettanto netta.

Se una persona ritiene che le proprie azioni costituiscano un tradimento nei confronti del gruppo di appartenenza, il senso di colpa scatta in automatico e scatena autentici drammi interiori. La colpa più grave è tradire la fiducia dei propri compagni. Gli eccessivi individualismi e il rifiuto del “gioco di squadra” non sono visti di buon’occhio. Non è permesso agire senza l’approvazione degli altri. Coloro che vengono esclusi dalla comunità si ritrovano a dover combattere da soli contro di essa. Sono chiamati ippiki ookami, «lupi solitari», e ritenuti egoisti e poco affidabili.

Nelle serie riguardanti gli sport di squadra, la vittoria finale è conseguita grazie all’apporto di tutti. Ciascuna compagine, infatti, accanto al Campione e al suo partner “naturale”, schiera altri ottimi giocatori, presentati uno per uno. Quelli giovani e inesperti, se ci sono, seguono sempre le indicazioni di quelli anziani ed esperti.

Diversa la situazione nelle formazioni avversarie: a risaltare sono soltanto due o tre atleti. Gli altri rimangono nell’anonimato. Sono lì giusto per fare presenza, perché per una partita servono undici persone, da una parte e dall’altra. Se non ci fossero, nessuno se ne accorgerebbe.

Le varie formazioni rappresentano organismi compatti e indipendenti. Mondi chiusi che si contrappongono ad altre realtà ugualmente ermetiche. Hanno un ulteriore punto di forza nel coinvolgimento emotivo dei giocatori che le compongono, amici che si conoscono molto bene, si sostengono a vicenda e sono sempre pronti ad aiutarsi.

Dal punto di vista narrativo, assistiamo a una abnorme dilatazione spazio-temporale. Si arriva a livelli davvero snervanti. I campi da gioco, di qualunque tipo siano, sembrano sconfinati. Questi ragazzini marciano come degli Eurostar, coprendo distanze siderali. E ogni incontro assume una durata direttamente proporzionale: le partite importanti si trascinano, in media, per almeno tre episodi. Non parliamo, poi, di quelle fondamentali come, ad esempio, le finali. Senza contare tutto il tempo impiegato dai vari campioncini per eseguire la propria tecnica vincente. Se poi si mettono a riflettere in corso d’opera, il tempo non passa davvero più.

Chiudiamo con una curiosità: E. J. Harrison, autore del libro Lo spirito guerriero del Giappone, afferma che i giapponesi amano molto il nuoto, il canottaggio e il baseball, per il quale si sentono particolarmente predisposti, per via della loro agilità, e la rapidità manuale e oculare. Non amano molto l’equitazione e non ottengono grandi risultati in questa disciplina. Uno sport che non ha attecchito è il rugby. Però se ne trovano tracce in qualche serie: Ufo Diapolon, Gordian e Gigi la trottola. Gli sport più amati, comunque, sono: baseball (che è quello nazionale), calcio, golf, sumo, judo, karate e kendo. A tutti è stata dedicata almeno una serie.

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