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Capolavoro e inflazione: come sminuire un concetto

Negli anni ho sviluppato una serie di convinzioni in materia di letteratura. Se ne stanno lì, nella mia mente, sparpagliate di qua e di là.

Non le ho mai organizzate in una teoria, tanto meno in un sistema. Io non sono un teorico, né credo lo sarò mai. È troppo tardi.

La mia mente ha preso un’impostazione che molto difficilmente cambierà. Una volta leggevo un testo per smontarlo e analizzarne i meccanismi. Adesso sono un lettore istintivo, che legge perché gli piace farlo. E basta.
Però, dicevo, qualche idea me la sono fatta.


Capolavoro è…

Una di queste idee riguarda il concetto di capolavoro.

La Treccani attribuisce a questo termine due significati principali:

La migliore in una serie di opere di un artista, di uno scrittore, o di un’età, di una scuola, ecc.

Opera (e per estens. anche azione, impresa, comportamento) eccellente in genere.

Wikipedia si mette su questa stessa scia:

Per capolavoro s’intende un’opera generalmente considerata eccelsa, oppure la prima in ordine d’importanza di un artista, artigiano o autore.

Considerazioni sull’idea di capolavoro

La prima considerazione che se ne può trarre è che l’etichetta di capolavoro viene appiccicata con eccessiva disinvoltura a opere di ogni genere. Ce ne sono troppi, insomma.
Quando esce un romanzo di un autore famoso si grida al capolavoro. Ci può anche stare, eh. Però si fa la stessa cosa quando esce il suo romanzo successivo. Ma non ha senso, se diamo per buona l’idea che il capolavoro rappresenti il massimo, la vetta suprema cui è giunto un artista.
La seconda considerazione è che un simile riconoscimento permette di vivere di rendita. X ha scritto – o realizzato – un capolavoro, per cui tutto quello che farà in seguito è considerato tale. Anche se poi non lo è.
La terza considerazione mi sta particolarmente a cuore. Perché possa fregiarsi di questa medaglia, un’opera deve possedere determinate caratteristiche. Che non intendo analizzare perché altrimenti il

James Joyce, autore di “Ulisse”

discorso si allungherebbe troppo. Questa mia è una semplice riflessione senza pretese di profondità o altro.
Io ho la sensazione che si tenda a proporre – o a spacciare – come capolavoro materiale francamente noioso. Nel cinema come in letteratura.
Faccio un esempio di quelli eclatanti così mi spiego meglio.
L’Ulisse di Joyce viene considerato un capolavoro. Lo è davvero? Può essere. Ma francamente è un bel mattone. Certo, colpisce per la compresenza di svariati stili e registri. Questo non lo si può negare. Però è noioso. So di gente che non è riuscita ad arrivarci in fondo, nonostante numerosi tentativi.
E io trovo perverso che si sia stabilita questa equazione aberrante fra noia e vertice. Io non dico che un capolavoro debba per forza essere rutilante, né tanto meno superficiale. Ma nemmeno deve rendere difficoltosa la lettura o la visione. O compromette il piacere che se ne ricava.

 

Appello conclusivo

Questo è un appello che mi sento di rivolgere agli “esperti” e agli “intenditori”.
Fate più attenzione nel definire un’opera d’arte capolavoro. Perché se poi ce ne sono troppi, l’idea stessa di capolavoro ne risulta inflazionata. E, di conseguenza, sminuita.
Direi che finora ne abbiamo svalutato anche troppi concetti.
Evitiamo di farlo anche con questo.

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