“Il ghigno d’avorio” – Ross Mcdonald


Voto: 5 stelle / 5

Paura, desiderio, avidità nell’America degli anni Cinquanta sono la formula vincente del giallo hard boiled “Il ghigno d’avorio” (The Ivory Grin) di Ross Macdonald, pubblicato nel 1952. Al marchio editoriale Fanucci va il merito di riproporlo al pubblico italiano (Fanucci TimeCrime Editore 2025, traduzione di Raffaella Vitangeli, 256 p.).

Dopo “Bersaglio mobile”, “Il vortice” e “Non piangete per chi ha ucciso”, “Il ghigno d’avorio” è il quarto capitolo della serie Lew Archer pubblicata nella collana Piccola Biblioteca del Crimine.

Ringraziamo l’ufficio stampa 1A comunicazione e la casa editrice per la copia cartacea ricevuta in omaggio.

Trama di Il ghigno d’avorio

Il principio logico noto come Rasoio di Occam, applicato alla criminologia, invita a seguire in prima battuta l’ipotesi più lineare. Detto questo, cosa c’è di più lineare della morte dell’infermiera Lucy Champion rinvenuta con la gola tagliata in un motel? Ragiona così il tenente Burke, certo di un delitto passionale di serie B, perché vittima e indagato sono afroamericani.

La ragazza se la intendeva con un giovinastro di nome Alex proprietario dell’arma del delitto che, dopo aver tentato la fuga, davanti agli inquirenti si ostina a tenere la bocca chiusa. Per il rude poliziotto di provincia il caso è risolto in partenza. Peccato solo gli abbia rovinato una giornata di festa con la famiglia. Tutto qui. Ragiona in questi termini il tenente Burke.

Benvenuti nella provincia americana degli anni Cinquanta dove la dottrina legale “Separati ma uguali“, che giustificava e permetteva la segregazione razziale, ha attecchito a favore dei wasp perché la separazione c’è, la parità rimane sulla carta. La prima vittima del pregiudizio è la giustizia. Per i bianchi e i colored ci sono due pesi e due misure. Alex appartiene al secondo gruppo.

Il detective privato losangelino Lew Archer, però, la pensa diversamente, non si ferma all’unico sospettato dall’aria più spaventata e afflitta che colpevole. Infatti la poveretta corrisponde alla ragazza che una cliente gli ha chiesto di rintracciare con un pretesto poco plausibile, ma un ingaggio generoso. Una coincidenza?

La peculiarità di questo caso è che abbiamo pochissime prove e pochissimi testimoni onesti. Non c’è un solo dettaglio solido a cui aggrapparsi. Ma ho una specie di Gestalt del quadro generale. Chiamiamola intuizione sul modo in cui gli elementi si intrecciano”

Anche se è arrivato troppo tardi per scambiare due chiacchiere con l’infermiera che stava pedinando, tra i suoi effetti personali trova qualcosa che lo mette sulle tracce di un individuo recentemente svanito nel nulla. Segni particolari: laurea ad Harvard, ricchissimo, quello che si dice un ragazzo d’oro. Per quanto appaia remoto, occorre individuare l’anello di congiunzione tra morta e scomparso. A confondere ulteriormente il quadro intervengono un viscido detective da strapazzo con la stoffa del caratterista e una coppia dove è la moglie a portare i pantaloni. Una Gezabele dallo sguardo glaciale e un corpo per il peccato.

Recensione

La scrittura è asciutta, chiara, senza orpelli. Unico strappo sono le numerose similitudini psicologiche a dare corpo all’astratto. Al terrore crescente (La ragazza uscì tremando, stringendo la borsetta rossa come fosse un cuore esterno che non voleva saperne di calmarsi). A una vita difficile (Quei trent’anni erano impressi sul suo viso come i segni di un incendio su un vecchio albero). All’ingiuria della vecchiaia (Forse era stata bella prima che l’età e l’egocentrismo le irrigidissero le ossa facendole sporgere come pezzi di artiglieria nascosti sotto la pelle). Il paesaggio antropomorfizzato e zoomorfizzato dialogano con brio. Il comportamento non verbale dei personaggi vale più di mille parole. Infine il ritmo è sostenuto da dialoghi triangolari formati da battuta, risposta, controbattuta:

Perché sua moglie è tornata da lei?

Perché mi amava.

Allora perché se n’è andata di nuovo, stamattina?”

Nella categoria del giallo hard boiled i bookmaker favoriscono da sempre Chandler, Hammett, Spillane, M.Cain, ma Ross Mcdonald non sembra da meno. In Italia piuttosto è poco conosciuto.

Un protagonista discreto

Il detective privato Lew Archer non ha nulla del mattatore. Si batte per la verità e nell’incertezza prende le parti degli invisibili. Evita i metodi forti, le risse, gli interrogatori a muso duro. Non fa della pistola un’estensione del suo braccio e la mentalità manichea gli sta stretta. A lui interessa scavare con l’occhio dell’antropologo nel dramma umano di figure ai margini e tra i rami storti dei legami di sangue. Nel corso di un’indagine avvincente, che scommette sul versante psicologico e sociale, si imbatte in un mondo di corruzione, degrado, ambiguità morale, follia abitato dalla solitudine di chi ha smarrito ogni riferimento, non l’ha mai avuto oppure non lo cerca più.

Rispetto a Spillane rintanato nell’ipogeo urbano; rispetto a Chandler che carica i luoghi di sfumature simboliche, Mcdonald amplia il suo orizzonte visivo e lo mostra così com’è, fedele a quel realismo sociale di tanta narrativa americana. Vede alberi di pepe e jacaranda dai fiori azzurri. Respira l’odore dell’oceano. Dell’entroterra californiano fotografa il paesaggio agricolo modellato dall’uomo e inquadra l’emisfero bianco e quello non bianco, perché in questa terra la linea di demarcazione tra etnie, tra imprenditori e manovalanza, potere e sottomissione è dolorosa, netta, irrigidita dal tempo.

Se vi appassiona l’hard boiled e il noir psicologico, non fatevelo scappare.

Uno scrittore di razza

Ross Macdonald (1915-1983) è il nickname del pluripremiato scrittore americano-canadese di gialli Kenneth Millar. Durante gli studi universitari, nel 1944, scrisse il romanzo d’esordio The dark Tunnel firmando con il suo vero nome. Il primo libro della serie di Lew Archer, Bersaglio mobile del 1949, vede Paul Newman nei panni del detective nella trasposizione cinematografica del 1966.

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