Incontro con Andrea Zanzotto. Un poeta, una voce, una coscienza.

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Data di pubblicazione

22 Mar, 2021
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È da tempo che desidero parlarvi del grande poeta veneto Andrea Zanzotto, di cui quest’anno ricorre il centenario della nascita, avvenuta il 10 ottobre 1921 a Pieve di Soligo in provincia di Treviso. Un alto profilo nel panorama letterario del secondo Novecento che, a mio parere, meriterebbe un’attenzione maggiore e un più cospicuo numero di pagine nelle antologie delle nostre scuole superiori, dove ancora è poco presente.

La poesia serve a ri-sensibilizzare il pensiero”

Il mio incontro decisivo con questo autore risale al dicembre del 2004, quando partecipai alla Conversazione pubblica tra il filosofo Massimo Cacciari e il poeta Andrea Zanzotto, tenutasi al “Teatro Careni” di Pieve di Soligo in provincia di Treviso, dialogo colto e gentile tra Filosofia e Poesia in un tempo in cui già aveva valore solo l’economia. Mi colpì il compito assegnato al linguaggio in versi da quello strano dialogo tra i due intellettuali, il vecchio poeta e l’affascinante filosofo; il compito appunto di “ri-sensibilizzare il pensiero” in quanto voce dell’immaginazione che risuona costantemente perché “nel testo poetico vive qualcosa che non vive nel testo filosofico: la voce, il gesto, il ritmo, la musica”. Mentre il filosofo ha la funzione di indagare e rappresentare razionalmente la realtà, giustificando coerentemente le proprie affermazioni, il poeta – libero nell’espressione delle proprie visioni – reinventa continuamente il reale, così il testo poetico è un’emissione di suoni che comunicano molto spesso un messaggio diverso da quello che appare in prima istanza. Le parole della poesia veicolano altre parole e per questo hanno un fascino enorme: dicono molto di più di ciò che apparentemente dicono e non vogliono esaurirsi nell’essere comprese. Così si compie questo processo di risensibilizzazione, una vera e propria rigenerazione del pensiero che viene vivificato, come la lingua, ogni volta che leggiamo o componiamo dei versi.

Decisi allora che dovevo conoscere il vecchio poeta, sapere di più su quell’uomo che aveva chiuso la conversazione regalandoci questi tre versi strepitosi:

In questo progresso scorsoio

non so se vengo ingoiato

o se ingoio”

Tre versi – anticipazione di una conversazione futura – nei quali aveva saputo descrivere la vita contemporanea, denunciandone l’ingordigia frenetica per lanciare un’allerta che a nessuno, allora come oggi, interessava cogliere. Un uomo mite e umile che aveva un grande potere, quello della parola sincera, in ogni contesto e a tutti i costi.

Iniziai così la mia ricerca, da autodidatta e pian piano scoprii una figura straordinaria e una grandiosa produzione in versi e in prosa …

Andrea Zanzotto nasce il 10 ottobre 1921 a Pieve di Soligo e muore il 18 ottobre 2011 a Conegliano, in provincia di Treviso, dove aveva scelto di restare a vivere. Dopo aver conseguito il Diploma magistrale e la Maturità classica, nel 1942 si laurea in Letteratura italiana all’università di Padova con una tesi sull’opera di Grazia Deledda. Aderisce alla Resistenza e come tanti giovani del suo territorio alla fine della guerra emigra prima in Svizzera e poi in Francia. Rientrato in Italia alla fine del 1947, ottiene il ruolo di insegnante nella Scuola Media, a cui si dedicherà fino alla pensione. Concorre a diversi Premi letterari ed instaura delle proficue amicizie con i grandi poeti di allora: Sereni, Ungaretti, Montale sui quali scriverà dei saggi critici.

Pubblicazioni

L’esordio poetico di avviene nel 1951 con la Raccolta Dietro il paesaggio, un’opera che rivela una certa affinità con lo stile ermetico: già il titolo allude alla volontà di cogliere ciò che sta dietro l’apparenza delle cose, un’essenza che solo la poesia è in grado di sottrarre alla distruzione operata dal corso della storia.

Nel 1954 partecipa al Convegno letterario di San Pellegrino Terme (BG) dove era consuetudine che nove autori affermati presentassero nove autori esordienti: Zanzotto viene presentato da Ungaretti.

Nel 1954 Andrea Zanzotto pubblica Elegia e Altri Versi e nel 1957 Vocativo. In queste prime raccolte la sua scrittura è caratterizzata da una disposizione elegiaca che deriva dalla contemplazione e descrizione della campagna dove è cresciuto. Zanzotto sembra collocarsi, fin da subito, sulla scia dell’Ermetismo e del Surrealismo per l’estrema cura formale e il frequente ricorso all’analogia. L’orrore della guerra aveva lacerato tutte le coscienze, compresa quella del poeta, che reagisce cercando “rifugio” nel luogo familiare e ripiegando in sé stesso. Le sue poesie sono incantate descrizioni di paesaggi o profonde indagini psicologiche.

La Beltà del 1968 segna un netto cambiamento di stile in direzione neoavanguardistica, ma il nostro autore non entrerà mai a far parte di gruppi e movimenti di avanguardia, di cui, però, sarà sempre attento osservatore ed interprete.

Il magma linguistico

Prima con La Beltà e poi con Pasque del 1973 (alla poesia Sovraesistenze di questa Raccolta si ispirerà nel 1976 il pittore Giò Pomodoro per la realizzazione di dodici tavole grafiche) Andrea Zanzotto inizia ad abbandonare la dimensione mitica di una sognata età dell’oro, per calarsi in un mondo che assume sempre più connotazioni storiche ben precise: di fronte all’incalzare della tecnologia e del consumismo, il mondo rurale arcaico si va sgretolando insieme ai suoi costumi e alla sua cultura.

Da qui la diversificazione anche del linguaggio che si fa variegato: accanto ad espressioni della tradizione compaiono parole settoriali tratte dalla pubblicità, dai mass media, dalla scienza e dalla tecnologia. Inizia così lo scontro del poeta con il mondo contemporaneo. Le opere di questo periodo testimoniano il bisogno di risalire alle radici del linguaggio, inteso come chiave per comprendere la realtà e quindi poterne disporre. Esso viene scomposto, disarticolato, scavato e contaminato con l’uso di termini provenienti da lingue e linguaggi diversi (latino e provenzale, linguaggio pubblicitario, dialetto e petèl) e persino di segni non verbali. Questo “magma linguistico” – come è stato definito dallo stesso Zanzotto – è il riflesso di una visione del mondo profondamente lacerata, in cui non esiste più un rapporto saldo tra l’io e la realtà. L’invenzione linguistica diventa, così, per lui lo strumento privilegiato per sottrarre l’uomo e la sua interiorità all’inevitabile azzeramento prodotto dalla società contemporanea e dai mass media. La sua poesia è una costante tensione verso il recupero dell’essenza vera delle cose, a partire proprio dal lavoro compiuto sul linguaggio usato per definirle.

La sperimentazione

Un aspetto peculiare della scrittura di Zanzotto è dunque la sperimentazione linguistica che si sviluppa lungo diversi binari nel corso della sua intera esistenza. Egli vuole provare le diverse potenzialità espressive delle parole, nel senso proprio di sperimentarne i molteplici significati letterali e simbolici, gli effetti sonori e visivi, il valore emotivo. E questo si esplica in una ricerca costante, finalizzata alla conoscenza naturale della lingua madre, il Dialetto, di quella infantile, il Petél, di quella nazionale, l’Italiano, derivato dal Latino, influenzato dal Greco e contaminato da francesismi ed anglicismi. Così la poesia è “il continuo gioco del trapungere, penetrare il mondo e ritirarsi, unire e tagliare”.

La poesia è anche sperimentale, come si suol dire, cioè cerca strade nuove e impreviste che ammettono, per esempio, che si possa introdurre un errore di ortografia … è come un’innovazione … oppure improvvisamente si introduce un frammento in latino, o anche in inglese è facile scivolare dentro …”

Come la ricerca e la sperimentazione linguistica costituiscono il modo di operare di Zanzotto, così la Natura è il tema portante della sua lirica e il Paesaggio nelle sue varie forme ne è l’incarnazione, un “immenso donativo”, “il respiro della psiche”.

Noi siamo dentro, dietro, immersi NEL paesaggio. Noi siamo una spoletta che gira dentro il paesaggio, il paesaggio punge e trapunge”

Andrea Zanzotto fin da bambino stabilisce con il paesaggio un rapporto che è fisico e metafisico, un amore – eros incondizionato; egli ama così intensamente il “suo” paesaggio da assumerne su di sé, fino a sublimarle nei suoi scritti, le profonde lacerazioni provocate dalla guerra, prima, e dall’homo oeconomicus dopo.

Prima c’erano i campi di sterminio, ora c’è lo sterminio dei campi ed è la stessa logica. Ma la sacralità della vita è affidata a noi. E noi dobbiamo resistere come le ginestre, come i topinambur che popolavano le nostre campagne e ora arretrano sempre più a causa della cementificazione …”

Negli anni il poeta compone e pubblica altre raccolte in cui prosegue la propria ricerca espressiva, aprendosi però ad una maggiore discorsività. Nel 1962 dà alle stampe IX Ecloghe, nel 1976 Filò, a cui seguirà la Trilogia: Il Galateo in bosco del 1978, Fosfeni del 1983 e Idioma del 1986. Seguiranno Meteo nel 1996, Sovrimpressioni nel 2001 e Conglomerati nel 2009. Proprio da Filò saranno tratti alcuni testi inseriti nella sceneggiatura del film Casanova di Federico Fellini, avvicinando Zanzotto anche alla scrittura cinematografica. Per quanto riguarda le opere in prosa, prevalentemente di carattere autobiografico, vi suggerisco: Faierdel 1954, Sull’altopiano del 1964 e Premesse all’abitazione sempre del 1964.

L’incontro

Quando andai a trovare Andrea Zanzotto con alcuni studenti di quinta superiore, nel 2010, solo un anno prima che morisse, ci accolse con paterna bonarietà nello studiolo a piano terra della sua casa a Pieve di Soligo; aveva in mano un volumetto, dal quale iniziò subito a leggere perché, ci disse, per capirlo bisognava partire dai suoi scritti in prosa, non dalle poesie. E così ci spiazzò subito. Avevamo preparato quell’incontro nei minimi dettagli, studiando le domande più adeguate da porgli, senza urtare la sua sensibilità di anziano ipocondriaco – così lo descrivevano tutti – nulla di più falso. Era anziano sì, ed anche malato, ma emanava una forza strepitosa, tale da impedire qualsiasi gesto di scherno per quel berretto verde di lana con cui si proteggeva il capo in una giornata calda di maggio, da parte di quei ragazzi che dei grandi poeti forse si erano fatti tutta un’altra idea. Lui era così, naturalmente umile ed antiretorico.

Ricordo, poi, la naturalezza con cui, alla domanda: “Chi è per lei l’autore più importante della nostra Letteratura?”, postagli da uno studente, iniziò a recitare a memoria il canto III del Paradiso, affermando risoluto: “Dante Alighieri perché mentre componeva la Commedia, creava la nuova lingua, la nostra”. Dalle sue parole e da tutta la sua figura trasudava una profonda conoscenza dei Classici antichi e moderni, italiani ed europei. Una cultura di ampio respiro la sua, senza confini.

E noi rinunciammo alle nostre domande per assaporare la sua intensa lezione di Letteratura intesa come testimone e direttrice di un mondo – altro, come un potere che non associandosi con il Potere ne denuncia le contraddizioni e proprio attraverso la Poesia, parola lanciata OLTRE, può restaurare il vuoto che c’è nel mondo.

La missione del poeta è restaurare il vuoto che c’è nel mondo attraverso la trama dei versi, è opporsi alla negazione iniziale”

Oggi l’uomo Andrea Zanzotto non c’è più, ma l’intellettuale – per la sua poesia, per il suo messaggio sociale, per il suo arduo mosaico linguistico – occupa un posto essenziale nella cultura italiana ed internazionale.

La poesia rimane un valore primario anche in un mondo sconvolto da tante forze paurosamente contrastanti. La sua voce può sembrare quella di un grillo parlante ma di fatto riafferma con insistenza il comune anelito all’amore e alla pace espressi in armonia”

A chi volesse subito accedere al cuore di questo Uomo del nostro tempo e comprenderne l’attualità del pensiero consiglio la lettura del testo:

Andrea Zanzotto, In questo progresso scorsoio, Conversazione con Marzio Breda, Ed. Garzanti

Si tratta di un volume molto interessante su tematiche ambientali, politiche, religiose che ti prende fin dalle prime riflessioni e ti induce a proseguire la lettura perché vuoi conoscere le idee di quest’uomo che, sulla soglia dei 90 anni, analizza con lucidità le sfide di un “tempo che strapiomba” e ci mette in allerta perché possiamo evitare l’autodistruzione verso cui siamo diretti e mal guidati, diventando così un maestro di coscienza per tutti.

Intanto “Ora non ci resta che cingerci di quel paesaggio”.

Annamaria Gazzarin

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