L’ora del Pi greco – Davide Nani

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5 stelle
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7

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“L’ora del Pi greco” di Davide Nani (Damster 2021) è un poliziesco classico ma non troppo per l’originalità della costruzione. Un disincantato protagonista racconta la vicenda che lo vede collaborare col padre di un suicida (?) e con un vicequestore che riapre le indagini sul caso di Santa Lucia a Venezia.

Nero in Romagna

C’è del giallo in Romagna, anzi, del nero. Una settimana del mistero, tra dubbi e solitudini, in una Ferrara dicembrina e nei Lidi di Comacchio, più nebbiosi e spopolati che mai. Gli ultimi sette giorni dell’anno fanno da sfondo a un noir all’italiana, un thriller piadina e sangiovese, più che porridge e whisky.

È un solitario e amaramente lucido architetto emiliano-romagnolo la voce narrante in prima persona, di una vicenda moderatamente nera di provincia. È quella, dal 23 al 30 dicembre, che viene raccontata nel romanzo breve di Davide Nani “L’ora del Pi greco”, pubblicato nel 2021 da Damster Edizioni di Modena (120 pagine, 12 euro). Ferrarese, insegnante elementare di mezza età avanzata e scrittore di romanzi e racconti, l’autore ha partecipato nel 2020 all’ennesimo concorso letterario, meritando il premio al miglior protagonista maschile nel Giallo Festival Damster, seconda edizione del challenge modenese.

A nanna alle 3:14

Sicchè il riflessivo architetto Orsini ha fatto colpo, con la sua grigia solitudine, un po’ per abitudine un po’ suo malgrado. È separato, figlio in college in Nuova Zelanda e gatto dei vicini da accudire, pur non amando la compagnia felina. Tenendo a bada l’autocommiserazione sempre in agguato, osserva il mondo, medita e annota in un diario. Lo fa tutto nell’ultima parte della lunga giornata da tiratardi, fino alle 3:14 di ogni notte, tassativamente. All’ora del Pi greco, che si è autoimposto, sospende qualsiasi attività, per concedersi 240 minuti filati di riposo, se non di sonno pieno.

Ha pensato di fare un’eccezione al cinereo tran tran, il 23 dicembre sera, ma si pente d’avere cercato di coinvolgere i colleghi. Passi vivere nel silenzio, col solo ronfare di Billy a fare compagnia, ma non gli va giù di fare la figura dello sfigato che cena da solo l’antivigilia di Natale, perché i quattro hanno disertato l’appuntamento al ristorante senz’avvisare. È che sono turbati dalla riapertura del caso Arcelli. Sono ancora più scossi di quando avevano appreso un anno prima del suicidio di Damiano sotto un treno. Era il figlio del titolare della ditta di cui Orsini è socio e colonna.

Il caso, trattato come morte volontaria, non è mai stato archiviato ed ora l’attenzione del vicequestore De Santo si è decisamente ravvivata.

Una soffiata, un’intercettazione, una voce?

Il defunto era un pessimo soggetto, schiavo di ogni vizio. Può darsi che sia intervenuta una soffiata, perché al tempo i dipendenti ed ogni carta e file in azienda erano stati passati al setaccio. Tutto e tutti sottosopra, tranne Orsini, fuori dall’indagine perché diversi testimoni avevano confermato d’averlo visto a Ferrara, nelle ore del presunto suicidio, avvenuto a Venezia.

A dubitare fin dall’inizio è stato il padre. Il vecchio Arcelli – tanto a modo, raffinato e stimato – fa notare all’architetto che un suicida non sceglie una stazione come Santa Lucia a Cannaregio. Nei terminali ferroviari di testa, i convogli procedono lentamente, andando a fermarsi al respingente. Chi vuole farla finita si assicura invece l’impatto devastante con un convoglio lanciato a tutta velocità.

Sembra che un testimone abbia visto il corpo esanime sui binari, prima del passaggio del treno. Il macchinista ha confermato. Ora si dovrebbero riesumare i resti. Il caso è totalmente riaperto.

Papà Arcelli un anziano a modo

Poche cose sono certe. L’inchiesta iniziale ha escluso un coinvolgimento di Orsini e Orsini non ritiene Arcelli padre capace di un’azione violenta. Questo crea un legame tra i due e giustifica la rivelazione dell’anziano, d’avere trovato un ingente valore in contanti, nella casa al mare a Porto Garibaldi. Nascosto in una cassetta per la pesca, in soffitta. Un importo alto, quasi tutte le somme sottratte da Damiano alla società, per alimentare la dipendenza da droghe, alcol, gioco d’azzardo e altro. Il doppio del mutuo contratto per evitare il fallimento.

Il padre pensa ad un gesto prudente del figlio, l’architetto non sa cosa pensare. L’ammontare è sfuggito a tutte le perquisizioni. Arcelli insiste di non aver mai visto la cassetta. Alla domanda se l’abbia portata qualcuno successivamente, risponde d’essere incerto su tutto: la memoria è labile, potrebbe aver portato lui stesso la cassetta senza aprirla o averla invece aperta senza accorgersi del contenuto.

Mezzo milione nella porta blindata

Quasi mezzo milione di euro, contato in fretta da Orsini prima di nascondere la somma nella porta blindata del suo appartamento a Ferrara. Il vecchio gli ha affidato la somma, teme d’essere troppo avanti negli anni per custodire un segreto inattaccabile e preferisce non sapere dove sia stato riposto il denaro, così non potrà lasciarselo sfuggire in nessun caso. È frutto del loro lavoro e dedizione all’azienda, è giusto che venga custodito da una persona di cui si fida. E poi non ha interesse ad approfondire perché Damiano non l’avesse dilapidato. Forse avevano in comune una dote, la previdenza.

Certo, è consapevole di chiedere a Orsini di esporsi, perché non potrebbero in nessun modo giustificare la presenza di quella somma. Ma l’architetto è pronto ad affrontare chiunque e non teme nessuno.

Anche il vicequestore gli chiede di relazionare sul carattere di tutti i colleghi dell’Arcelli & soci. Dopotutto, da cofondatore li ha selezionati personalmente.

Un non suicidio: il caso sbagliato nelle mani giuste. È così che Orsini si ritrova a fare le pulci a tutti e ne scoprirà tante, insieme ai lettori.

Fabio Massimo

Recensore

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Con Siena nel cuore e il mare sotto i piedi, leggo da bambino e "navigo" con la fantasia ancora più lontano delle rotte sui mari che una volta o l'altra intraprendo per dovere e passione.

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