Risvegli

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Data di pubblicazione

2 Lug, 2021
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Era stato l’abbaiare di un cane nelle vicinanze a svegliarlo; cercando la luce del comodino, Pietro aveva allungato la mano in un gesto meccanico, ma non l’aveva trovata. Ogni notte ci voleva del tempo perché si capacitasse che non si trovava nella sua camera. Così aveva voluto sua figlia.

– Papà, lo capisci anche tu che è diventato un rischio fare le scale. Ti preparo il letto in cucina, vedrai la comodità, con il bagno di sotto, proprio di fronte, basta che attraversi il corridoio…
Sbaragliato velocemente un pietoso tentativo di temporeggiare, lei possedeva l’arma giusta per farlo desistere:
– Vuoi farmi trasferire qui? Sai che non sto tranquilla.
I muscoli rigidi ed il tremore notturno, le gambe che non sottostavano più ai comandi: segnali, subdoli all’inizio, poi sempre più incalzanti di un corpo, sleale traditore.
In poco tempo a quella decisione se n’era accodata un’altra: ebbene sì, dal giorno seguente ci sarebbe stata una nuova presenza in casa, una donna che avrebbe pulito, lavato, cucinato, pronta a qualsiasi bisogno si fosse presentato. A quel pensiero, l’uomo aveva sentito il cuore fare l’ennesima, capricciosa capriola: “affidarsi“ a qualcuno – così aveva prospettato sua figlia – non avrebbe significato invece “consegnarsi”?

Visto che il sonno ormai era andato a farsi benedire, Pietro si era levato dal letto, calibrando i passi, si era trascinato sulla poltrona; davanti a sé la vecchia credenza, il foglio appiccicato sul vetro, un orario sotto l’altro, lo scorrere di un giorno contrassegnato da nomi di medicine impossibili da pronunciare senza incastrare tutte quelle consonanti abbarbicate l’una sull’altra. L’attenzione, come sempre, si era soffermata appena sotto, sulla fotografia dentro la cornice d’argento.
– Ci fossi tu qui…
Il dolore che si infiltrava di nuovo, ancora, dopo tanti anni. Due anime in spazi diversi, la connessione che passava anche attraverso le sue parole alterate: gli capitava ancora di chiederle chi le avesse dato il permesso di lasciarlo solo.

Luisa si era svegliata di soprassalto, il corpo sudato trattenuto da lenzuola aggrovigliate: non ricordava il sogno appena fatto, però la sensazione di soffocamento, come se qualcuno le stesse premendo un cuscino sul viso, perdurava. Provare ad inspirare lentamente, trattenere il fiato un istante, quindi espirare, visualizzando con la mente l’aria che usciva, ripetere ancora… Che fatica concentrarsi quando i pensieri arrivavano a flussi, consegnandole immagini, ma ancora più che immagini, parole. Quanta insidia, quanta oppressione recano le parole che non si vorrebbero sentire.
Quelle del giorno prima, ad esempio, quando l’amica parlava, parlava e intanto lei continuava ostinatamente a piegare il tovagliolino, come se ottenere le più svariate figure geometriche da un pezzo di carta fosse lo scopo della sua vita.
– L’importante è tenere gli occhi aperti. Sai, alla signora che vive sopra di noi, brava a fidarti, le dicevo sempre. Morale della storia: spariti soldi e collane. Non bisogna mollare, occhi aperti e orecchie dritte perché vengono e, davanti al ben di dio che si ritrovano, portano via tutto quello che possono.
Forse non si era spiegata adeguatamente?
– Svuota i cassetti, fai la spesa una volta la settimana, ciò che serve, non di più perché ammucchiano e poi passa il furgoncino ed ecco il carico da mandare via. Qualche incursione, sempre in in orari diversi, perché così sa che è controllata. Se ha famiglia poi, e di sicuro ce l’ha, aspettati che stia appesa al telefono.

Non era stato facile decidere: se avesse potuto Luisa non avrebbe di certo affidato suo padre ad una badante. Quando era entrata in quella pseudo agenzia, avrebbe addirittura preferito che ci fossero intralci, che i tempi di attesa si prolungassero, invece era stata una faccenda molto più semplice del previsto: le era stato assicurato che avrebbero provveduto quanto prima.

Ora doveva solo attendere che il ritmo del cuore si normalizzasse, che le brutte sensazioni che con la notte prendevano vigore, che del buio si nutrivano, ritrovassero una dimensione accettabile con la luce del giorno.

La macchia sul vestito sembrava allargarsi sempre più; nell’affanno di toglierla Alina grattava e raschiava, mentre con l’altra mano si protendeva verso suo figlio, voleva chiedere il suo aiuto ma la voce, strozzata in gola, non usciva. Intanto quella lordura s’ingigantiva, cambiava colore, dall’indaco al rosso scarlatto. Quando, angosciata, aveva alzato la testa, il suo bambino le aveva già voltato le spalle e si stava allontanando. A quel punto si era svegliata.
Quasi sicuramente era stato un sobbalzo del furgone ad interrompere quell’incubo.
Era stato tutto così da quando era partita: un continuo appisolarsi e svegliarsi Ora, ad esempio, i profili delle montagne che cominciavano ad annunciarsi ai primi chiarori, apparivano addolciti rispetto a quelli dei Carpazi che avevano accompagnato il suo sguardo nel primo tratto di strada.

Stavolta era scappata: non avrebbe sopportato di vedere gli occhi del suo bambino mentre se ne andava. L’ultima volta che era venuta a lavorare in Italia lui l’aveva accompagnata verso il crocicchio dove sarebbe passato il furgone fra poco o fra un’ora, non si sapeva, ma alle approssimazioni temporali era abituata. Improvvisamente era sgattaiolato via, l’aveva lasciata sulla strada polverosa con la sua valigia, non aveva risposto ai richiami, non si era girato più come se, noncurante di un ultimo abbraccio, non avesse bisogno di lei. Che si portasse addosso, impressi, il suo rimprovero e la sua rabbia. Così questa volta se n’era andata, di soppiatto, come fanno i ladri, dopo le ultime raccomandazioni a sua madre, consapevole che l’affetto per il nipote non avrebbe contemplato tenerezze speciali, anche soltanto un accenno di carezza che aiutasse a colmare il vuoto lasciato.

Chi le sarebbe capitato stavolta? Non che fosse così importante: lei il lavoro lo sapeva svolgere. Avrebbe fatto come le altre volte, assegnando ad ogni gesto un fine: lavare, piegare tute di ciniglia ed ecco spuntare le matite colorate per suo figlio, l’accorrere anche di notte ed erano gli scarponcini per l’inverno, cambiare pannoloni poteva diventare approvvigionamento: latte e carne e frutta…

Mentre un’alba insonnolita si era ormai aperta un varco tra le montagne, Pietro, gli occhi incollati alla fotografia sulla credenza, si chiedeva se sarebbe riuscito a pensare non più a ciò che il suo corpo era stato, ma a quanto finora gli era stato ancora risparmiato.

Nel frattempo, Luisa tentava di rifugiarsi in un torpore che diradasse, almeno per il momento, apprensione e timori, affidando alla luce acquietante il suo sonno inquieto.

Alina, le gambe intorpidite, ma la mente ormai decisa a consegnarsi alla chiarezza del giorno, si preparava a ricoprirsi di opacità per mantenere il contegno nei giorni a venire, ad affrontare una lontananza che bruciava, a far tacere ogni giorno, ogni ora, ogni minuto, il suo cuore mutilato.

Loretta Casagrande

Recensore

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Questo periodo della vita mi sta regalando una delle ricchezze più importanti: il tempo. Tempo da utilizzare anche tra parole da leggere e da scrivere. Tra i libri che mi instillano dubbi provvidenziali, si frantumano certezze inutili.

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