“Tante piccole sedie rosse” – Edna O’Brien

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Voto redazione

Data di pubblicazione

19 Gen, 2020
loro-copertina
7

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Avrei dovuto capire fin dalla prefazione che questo romanzo mi avrebbe fatto piangere: “Il 6 aprile 2012, per commemorare il ventesimo anniversario dell’inizio dell’assedio di Sarajevo, a opera delle forze serbo-bosniache, lungo gli ottocento metri del corso principale di Sarajevo furono messe in fila undicimilacinquecentoquarantuno sedie rosse. Una sedia vuota per ogni abitante di Sarajevo ucciso durante i millequattrocentoventicinque giorni dell’assedio. Le seicentoquarantatre sedie più piccole rappresentavano i bambini uccisi dal’artiglieria pesante e dai cecchini appostati sulle montagne circostanti.”. Avrei davvero dovuto immaginarlo, perché una sedia la conoscevo. Forse anche più di una, ma preferisco pensare che quella sia sufficiente.


Recensione Tante piccole sedie rosse

copertina piccole sedie rosseIl romanzo racchiude due aspetti che amo particolarmente: l’Irlanda (chi non la ama, dopo averla visitata?) e le guerre balcaniche (solo gli sciroccati come me; ma sono affascinata anche dai Troubles nordirlandesi).

In questo suo lavoro, la O’Brien racconta di Vlad, un impostore che ammalia l’intera comunità rurale di Cloonalia, nella verde Irlanda e lo racconta attraverso gli occhi di Fidelma, una donna che, più degli altri, ha subito il fascino del guaritore venuto dall’est. Ci sono dei riferimenti precisi che permettono di capire che 

la figura del guaritore è ispirata a Radovan Karadžić: il suo essere un medico guaritore di ispirazione naturopatica, le poesie, il suo incontro col poeta russo (Limonov) durante il quale sparano, dalle alture, su una Sarajevo assediata (si può vedere il video anche su YouTube, tratto da “Serbian Epic” di Pawlikowski e Stajanović- 1992), la sua latitanza in Europa e il processo per crimini di guerra presso il tribunale de L’Aja. 

Tuttavia, in Tante piccole sedie rosse, il ruolo del guaritore è marginale, relegato alla prima parte del romanzo. La vera protagonista è Fidelma, ma è l’effetto dell’essenza maligna di Vlad ad impregnare il racconto. Si tratta, infatti, di una vicenda dolorosa, inquietante, nonostante una parvenza di storia d’amore tra i due, con risvolti angoscianti che portano ad una delle più difficili pagine del romanzo: la violenza brutale ai danni di Fidelma. Una descrizione tristemente vivida e atroce, e la sublime prosa della O’Brien diventa un coltello che lacera l’anima.

L’anima di Fidelma è distrutta più del corpo, aver amato uno degli uomini più spietati e crudeli degli ultimi decenni è una scoperta sconvolgente, l’aver tradito il marito devoto in nome di una scelta puramente egoistica fa nascere in lei dei dubbi morali che la tormentano, però la trasformano. Passa dalla tranquilla donna che ama le poesie e la moda raffinata (aveva un negozio di abbigliamento, fallito qualche anno prima), presidentessa del club del libro di Cloonalia, ad una rifugiata in una Londra disperata.

Ed è in quel momento che torna a vivere: “Era una quercia spaccata in due da un lampo, la corteccia nera e bruciacchiata, un albero che era morto eppure, disse lui, in una parte di sé viveva. Sul lato opposto i giovani ramoscelli coperti di foglie si estendevano in tutte le direzioni, uno scherzo della natura, morta da un lato e viva sull’altro, un motivo di speranza.”

A Londra incontra rifugiati disperati senegalesi, pakistani, sudamericani che sembrano essere l’immagine riflessa degli indesiderati che fuggivano dalla guerra, dalle città croate o bosniache assediate, oppure le madri di Srebrenica che chiedono giustizia per i loro uomini torturati e massacrati. 

“Le ho detto che non potevo tornare a casa finché non potevo tornare dentro me stessa.”

 

Come la O’Brien ci racconta il sentire dei personaggi

ll modo in cui la O’Brien racconta ogni singola vita che Fidelma incontra è intenso e toccante, ci permette di capire l’evoluzione della protagonista. L’autrice, infatti, non crea un romanzo particolarmente intimista, ma utilizza immagini e situazioni precise per raccontare il sentire dei personaggi. Non si può non amare Fidelma, con i suoi dolori e le sue contraddizioni, un cristallo che diventa acciaio temprato dalla vita e dalle scelte sbagliate.

È incredibile l’uso della natura e del paesaggio come metafore importanti – si veda la frase della quercia spaccata appena più su – con descrizioni così riuscite che sembra davvero di camminare lungo le vie trafficate di Londra e di perdersi nei suoi angoli miserabili. Ma soprattutto c’è l’Irlanda che conosciamo, i boschi dell’isola di Smeraldo, l’odore di cera tipico delle chiese, fantasmi e spiriti compresi. 

La sua penna passa continuamente dall’essere un’arma affilata ad un pennello che lenisce i dolori di quell’arma.

Chiara Carnio

Amanti dei libri

Recensore

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