
Le perplessità esternate dopo l’assegnazione del Premio Strega 2026 dai lettori di Michele Mari che considerano “I convitati di pietra” uno dei suoi libri meno riusciti, mi ha fatto accogliere di buon grado la lettura condivisa di settembre del gruppo di lettura “Il fior di farina”. In tempi non sospetti, infatti, Erika Pilar Pancella e Eva Filoramo avevano inserito “Tu, sanguinosa infanzia” di Michele Mari nel calendario 2026. Se ne discuterà il 16 settembre.
Trama di Tu, sanguinosa infanzia
“Tu, sanguinosa infanzia” è un libro Einaudi 2009 che affonda i pensieri nel profondo passato dell’autore.
Siamo accompagnati in un percorso tematico apparentemente innescato dal diventare padre. Si parte quindi dalla scelta di quali giornalini condividere, per passare alla rassegna dell’intera collana Urania, o a una riflessione sugli otto scrittori che più hanno colpito la sua fantasia di bambino; che poi è diventato un ragazzo; che poi è diventato un giovane uomo. E gli otto scrittori si sono dovuti fare, uno alla volta, da parte.
“Tu, sanguinosa infanzia” inizia con una voce narrante in terza persona, poi la prima persona è più frequente, fino a dedicare il capitolo finale a un “Io” che apre ogni paragrafo.
Recensione
Mi sembra di capire che i sorrisi di Michele Mari non sono mai monocolori: se ne “I convitati di pietra” si tingono di cinismo, in “Tu, sanguinosa infanzia” si colorano di autoironia.
L’ho letto con molta curiosità e divertimento, fulminata dalla tenerezza di Michele Mari per sè stesso e – ne ho dedotto – l’infanzia in generale.
Ci sono alcuni capitoli che ho trovato particolarmente gustosi. In “La Freccia nera” l’autore parla della sua scoperta del valore della traduzione, confrontando due edizioni dello stesso libro cui era legato affettivamente (e che indubbiamente sarà una delle mie prossime letture). In “Certi verdini” il tempo di qualità passato con la madre a comporre puzzle assume sfumature così iperboliche, da far dubitare il lettore della sua reale esistenza.
“Laggiù” è un capitolo che ho trovato esilarante e dolce, perché tra i ricordi ritrova e rinnova quelle falsi convinzioni che nascono dalla volontà di decifrare autonomamente il mondo e che a volte si portano dietro anche per anni.
Tutto è raccontato in una lingua solenne, molto ricca e sorprendente. Quante volte avete incontrato il latinismo “obstupefacere”? O avete mai provato a visualizzare le dinamiche narrate dalla canzone degli alpini “Monte Canino”, che parla di smembramento? Alcuni risultati sono, lasciatemelo dire, quasi comici.
Continuerò sicuramente a leggere Michele Mari.



