
Ad aggiudicarsi il premio “Manette di cristallo” 2019 per il miglior romanzo giallo turco dell’anno ci ha pensato una donna. Si tratta della narratrice, poetessa, saggista Yaprak Öz che ha sbaragliato la concorrenza con “Il fiore di Farahnaz” (Edizioni Le Assassine 2023, traduzione di Nicola Verderame, 338 p.). Un giallo deduttivo al femminile dove il mistero incontra la commedia e il male alberga in un’atmosfera soap.
Ringraziamo l’agenzia 1A comunicazione e la casa editrice per la copia cartacea ricevuta in omaggio.
Trama di Il fiore di Farahnaz
Soffiano venti di crisi in Turchia agli sgoccioli degli anni Settanta. Stagnazione economica, rincari, instabilità politica, un’escalation di violenza nella capitale. Il timore che l’estremismo religioso della rivoluzione iraniana si diffonda nel Paese:
“All’università di Ankara la polizia aveva fatto irruzione e centinaia di studenti di sinistra erano stati fermati. Da ogni parte giungevano notizie di giovani parlamentari uccisi. Il comandante delle forze armate aveva emesso un comunicato spingendo tutti noi a domandarci se una rivoluzione fosse effettivamente alle porte. Alcuni erano dell’idea che solo un intervento militare avrebbe potuto porre fine ai disordini. Secondo altri la Turchia aveva già sofferto molto per quel genere di interventi che violavano i diritti umani”
In questo drammatico frangente che anticipa il golpe del 1980, c’è un’oasi felice dove gli abitanti hanno le spalle coperte e la mente sgombra da preoccupazioni. Forse. È la zona residenziale destinata a medici e ingegneri in servizio nel complesso minerario adiacente alla città di Zonguldak sulla costa del mar Nero.
Vivere in una bolla
In questo angolo di paradiso per la middle class, incuneato tra boschi e mare, vive un quartetto di amiche capitanato da Yildiz. Moglie, madre, nonna, trascorre il tempo libero a fare la sarta e divorare polizieschi. In forza della sua età matura e attività da modista, funge da ponte di connessione e voce narrante di una vicenda che inaspettatamente si tinge di noir.
La routine scorre serena tra partite a carte, ricevimenti, prove per gli abiti, scambi di ricette, consigli e confidenze. Poi una serie di fatti sposta via via il baricentro relazionale per assecondare rivalità, ripicche, segreti, nuovi legami o secondi fini.
Nel quartiere si trasferisce una nuova coppia, fonte di scompiglio e curiosità. Il marito è un brillante ingegnere minerario. Quello schianto della moglie scala la classifica delle bellezze locali. Ça va sans dire non tarda a serpeggiare qualche malumore, mentre a ringalluzzirsi ci pensano gli uomini.
“Le sue forme erano notevoli. Era alta sul metro e settanta, occhi verde intenso un po’ a mandorla come quelli di un gatto, un nasino regolare. Completavano quell’immagine superba le labbra definite e sempre un po’ aperte, come una stella del cinema, e gli zigomi sporgenti. I lunghi capelli erano di un castano molto chiaro con riflessi biondo cenere in alcuni punti”
Di lì a poco una di loro è vittima di un brutale assassinio. E gli omicidi non si fermano qui. Quando viene arrestato il presunto responsabile, Yildiz non crede alla sua colpevolezza e inizia a indagare per conto suo. Ad avere la meglio saranno gli inquirenti o il fiuto investigativo di una fan del tenente Colombo?
Recensione
La precisione descrittiva dei primi capitoli soddisfa l’esigenza di acclimatare il lettore in uno scenario inconsueto con numerosi personaggi e una maggioranza di quote rosa. Sono le donne a dare forza e dinamismo alla narrazione. Marginale, mai negativo, il ruolo dei mariti che al momento giusto fanno sentire la loro presenza.
Teatro dei fatti di sangue è un quartiere residenziale modellato sulle gated communities, con gli onori ed oneri delle comunità chiuse. Gli eventi sono rigidamente calendarizzati. La socialità gravita intorno a pochi centri di aggregazione. Riti e convenzioni rendono prevedibile la vita di ciascuno. La parola d’ordine è mantenere un’apparenza impeccabile e non dare adito a chiacchiere. I rapporti di buon vicinato sono improntati a quel senso di ospitalità tipicamente turco. In compenso l’esistenza scorre sicura e agiata perché in tali enclave non si abita uno stile di vita. Si conquista un’identità vincente. Lo dimostra questa storia alimentata dall’ambizione, dall’invidia, dalla rivalsa e tanta sofferenza. Che una vita perfetta sia una perfetta bugia?
La protagonista
È vero che Yildiz ha tutti i numeri dell’investigatrice dilettante alla Miss Marple (vive in un piccolo centro, adora i polizieschi e ficcanasare nelle vite altrui). È altrettanto vero che la modestia, la gentilezza e il connubio tra tradizione e modernità, che caratterizza l’anima turca, le regalano una marcia in più. Una leader dal cuore buono fiduciosa nella solidarietà femminile non contro i maschi, ma sempre al loro fianco. È questo il bello.
Altro che casalinghe disperate. Incontriamo donne istruite, occidentalizzate ma non troppo. Coltivano hobby e trovano nella casalinghitudine il luogo della propria realizzazione personale.
Gli indizi per la risoluzione del caso sono disseminati con perizia, fino a una riunione degna di Poirot dove vengono ripercorsi tutti i passaggi per inchiodare il colpevole. Parte integrante della vicenda, gli abiti confezionati da Yildiz scandiscono il romanzo come una colonna sonora e omaggiano una sartorialità alla portata di tutti che oggi sembra in via d’estinzione.
Tra ricami, velluti, organza e plissé “Il fiore di Farahnaz” di Yaprak Öz è un giallo piacevolissimo, interessante e ben orchestrato. Vengono toccati con leggerezza argomenti universali quali la disabilità, la maternità, l’amicizia, il tradimento. Numerosi i colpi di scena. Impossibile non farsi contagiare dall’ottimismo della protagonista, sempre rivolta al futuro malgrado i lati oscuri della vita perché talvolta il male si nasconde dove meno te lo aspetti.



