
“Autobiografia dalle lettere” è una raccolta di epistole di Giuseppe Verdi pubblicata da Mondadori nel 1941, per il quarantesimo anniversario della morte del compositore. Fu il giornalista Aldo Oberdorfer a occuparsene, mentre era al confino a Lanciano, in Abruzzo, a causa delle sue origini ebraiche e la sua posizione antifascista. Morì nel settembre di quello stesso anno.
Nel 1951 Rizzoli ha pubblicato una seconda edizione, provvista di una nota biografica del curatore; nel 1981 è uscita una terza edizione revisionata, con un’ulteriore nota del musicologo Marcello Conati. Quest’ultima è l’edizione che pare essere attualmente in commercio solo in digitale (dal 2013).
Trama di Autobiografia dalle lettere
Cosa differenzia questo lavoro da un comune epistolario? Oberdorfer divide le lettere per argomenti, più che in ordine cronologico: questa è sia la sua punta di originalità sia il suo tallone d’Achille, perché può disorientare il lettore meno informato.
Dopo una biografia di una trentina di pagine, iniziano le sezioni del libro: Fino al “Nabucco”; Le amiche; Gli amici; Sant’Agata; Patriottismo, politica e censura; Libretti, librettisti e interpreti; Gli affari; Torniamo all’antico; Inventare il vero.
La terza edizione, come spiega il revisore Marcello Conati nella nota di apertura, gode di ulteriori quarant’anni di studi verdiani e dell’accesso facilitato all’archivio dell’Istituto di studi verdiani di Parma. Nonostante le lacune, le errate interpretazioni di grafia, il condizionamento del metodo critico di allora, “Autobiografia dalle lettere” resta, dice Conati,
“uno dei pochi libri “storici” della letteratura verdiana, tanto ricca di pubblicazioni quanto povera di contributi di sostanziale valore critico-storico”.
Recensione
Ho comprato l’edizione 1951 di “Autobiografia dalle lettere” perché sono stata affascinata dall’aria vetusta e dal prezzo invidiabile di un euro al mercatino dell’usato. Compensate con una barra ingrandente la dimensione minuscola del carattere di stampa e con un leggio da tavolo la fragilità del libro, mi sono lasciata portare dai commenti di Oberdorfer, che sentivo echeggiare da tempi lontani. Mi sono stupita di come Giuseppe Verdi fosse concepito come l’ultimo autore melodrammatico, ricco di intuizione ma povero di innovazione, e di come i versi di alcuni suoi librettisti fossero considerati insensati e addirittura ridicoli, eccezion fatta per Arrigo Boito (autore dei versi di Otello).
“(…) ora vorrebbe cantare come si cantava 30 anni indietro, ed io vorrei che Ella potesse cantare come si canterà da qui a 30 anni.”
Tra le parti che ho preferito ce n’è una in cui si respirano i cambiamenti politici e sociali portati dall’Unità d’Italia, insieme a insicurezze, timori e aria di nuove insurrezioni. Gli appassionati e gli studiosi di musica troveranno molto interessanti le lettere in cui Verdi dà direttive precisissime su movimenti, vestiti, battute, dialoghi, in opere come l’ “Aida”, il “Falstaff” e “Il ballo in maschera”. È molto istruttivo constatare anche quanto fossero invasivi i limiti e le aspettative della censura, che Verdi chiama “l’Impresa”.
“Tante e tante volte ho sentito a Milano dirmi (…): “La Scala è il primo teatro del mondo”. A Napoli: “Il S. Carlo, primo teatro del mondo”. In passato a Venezia si diceva: “La Fenice, il primo teatro del mondo”. A Pietroburgo: “primo teatro del mondo”. A Vienna: “primo teatro del mondo” (e per questo starei anch’io). A Parigi, poi, l’Opéra è il primo teatro di due o tre mondi”.
“Autobiografia dalle lettere” raccoglie documenti che ci emozionano come se sentissimo la viva voce di Giuseppe Verdi, tanto nella gioia quanto nella rabbia, nella passione quanto nell’indignazione; conosciamo i suoi sentimenti verso Wagner, Cavour, Manzoni; e il suo rapporto con il tempo, con il corpo e la vecchiaia.



