
Variamente declinato come forma di spersonalizzazione e controllo sociale, il divieto modella il distopico. Vietato leggere e scrivere, avere sentimenti e opinioni. Off-limits il pensiero divergente, rimanere single, pronunciare oltre un tot di parole. In “Polpa” dell’argentina Flor Canosa ad essere messo al bando è il dolore (Neo Edizioni 2025, traduzione di Giovanni Barone, 112 p.).
Pubblicato in Argentina nel 2019, presenta alcune affinità con il body horror alla Cronenberg e con la tradizione libertina e decadente di Sacher-Masoch e Mirbeau, ma deprivata di ambizioni glamour.
Avvertenze: si sconsiglia la lettura per un pubblico particolarmente sensibile.
Ringraziamo la casa editrice per la copia cartacea ricevuta in omaggio.
Trama di Polpa
Viste le dimensioni da racconto lungo, solo pochi cenni alla trama e sarà sempre troppo. In una civiltà imprecisata, soffrire e far soffrire è illegale perché il corpo degli individui appartiene allo Stato. Pertanto il dolore diventa crimine, dissenso, spiraglio di vita. Mezzo per esercitare la propria autodeterminazione:
“Il dolore proibito era un concetto mitizzato, una leggenda metropolitana, un tabù“
Irma e Lunes vivono in clandestinità una relazione estrema che esplora gli abissi dell’abiezione e riduce il confine tra il rappresentabile e quanto in letteratura di solito non lo è. Assecondare le loro perversioni appare l’unica modalità di sentirsi vivi. Vincerà il sistema? Non è detto, perché in una società preoccupata che nessuno esca dal tracciato imposto, gli individui riescono sempre a imboccare una deviazione. Inaspettato l’epilogo.
Recensione
“Polpa” è un romanzo senza compromessi dall’immaginario visivo e psicologico urticante a sfidare l’orizzonte d’attesa insieme alla capacità di sopportazione di chi legge. È questa la sua particolarità. Con i suoi spigoli vivi, non fa nulla per evitare di essere respingente. Ci riesce. Ci tiene in ostaggio fino all’ultima pagina.
La vicenda si ispira al distopico totalitario che ibrida con eccessi hard. Da un lato propone situazioni a tema come le derive tecnologiche, il Grande Fratello del potere, il modello classista tra oligarchia e massa, il dispotismo dell’apatia contraria alla natura umana. Dall’altro proietta la trasgressione in un erotismo parafiliaco, ossessivo, violento da leggere in chiave simbolica. Il dolore fisico acquista la carica eversiva di un manifesto politico. Diventa ultimo baluardo di umanità e resistenza al potere e al pensiero unico.
Il futuro delineato da Flor Canosa non è alternativo, ma parallelo al nostro e questo lo rende ancora più inquietante. Malgrado l’impressione che l’intento di scandalizzare con situazioni sconvolgenti abbia talvolta la meglio, la storia risponde all’esigenza di riflettere su ciò che la società rischia di diventare.
Pertanto dimenticate una quotidianità ipertecnologica e avveniristica:
“Siamo come eravamo nel 1990, ma più soli, più tristi“
L’analisi della relazione tra Irma e Lunes si concentra su due aspetti. La coazione a ripetere condotte devianti. La sospensione, l’attesa che caratterizza l’attitudine masochista e sadica. Ma è anche la sospensione tra vita e morte, dolore e piacere, illecito e paura. Oppure l’attesa di un domani drammaticamente vicino.
Irma è masochista. Annienta la propria identità ma è lei a dare forma al suo aguzzino. Lunes è sadico. Nel cortocircuito della reciprocità tra vittima e carnefice – ciascuno esiste in relazione all’altro -, ha fame del suo corpo, di quella polpa del titolo, la parte carnosa del tessuto, del muscolo, delle fibre nervose. Con il dolore e la degradazione lo riduce a carne, a godimento erotico sbattuto in faccia senza reticenze.
Si aggiunge in coda al cast tal Enero, un agente governativo che trama dietro le quinte. L’autrice gioca con il transfert tra lui e Lunes e con i loro nomi. Infatti Enero significa gennaio, Lunes è lunedì, a evocare entrambi un orizzonte di rinnovamento e una fine. Forse un ciclo rigenerativo.
I luoghi sono angusti quanto l’universo emotivo dei personaggi. Lo spazio familiare diventata alieno, l’esterno minaccioso. Claustrofobico il vano destinato agli amplessi che si fanno stupro. Come perimetro di libertà resta il corpo. Come arma resta il corpo, che angolazioni plurime scompongono, dilatano, ingrandiscono. Il rosso del sangue cola sui corpi intrecciati che si esplorano. Ossimorica come il filo conduttore tra piacere e dolore, la scrittura ha una violenza glaciale, chirurgica e lavica al tempo stesso. Respinge e attira.
“Polpa” di Flor Canosa è una presa di distanza dal presente. Sembra suggerire che piacere, desiderio, sottomissione sono appannaggio di chi sulle classi subalterne detiene il potere, sempre uguale a se stesso. Una lettura interessante per chi cerca qualcosa di nuovo e di forte. Molto forte.
L’autrice
Flor Canosa è sceneggiatrice, montatrice cinematografica e docente presso la facoltà di Scienze Sociali dell’Università di Buenos Aires. Ha pubblicato romanzi e racconti presenti in antologie internazionali.



