“Arrendevolezza”

L’insonnia ha vinto dentro il galleggiare aggrovigliato di sensazioni ibernate durante il giorno – di notte la testa s’impiglia dove dubbi e congetture premono – mentre l’inquietudine si impennava. Controllare l’ora non faceva slittare il tempo – essenzialmente un agguato, appiattito dalle trappole di un sonno frammentario – ma solo andare più a rilento.
Anche se ho cercato di rabbonire un molesto ronzio all’orecchio che trillava senza requie e sistole ammattite a sgocciolare ricordi, grumi contorti, con pagine da leggere. Ma la consolazione di entrare nelle vite imperfette degli altri – luoghi sconosciuti, ma emozioni affini – che trovo nei libri non è bastato, come non è bastato cullarmi dentro l’inconsistenza delle autorassicurazioni.
Neppure aver fatto l’elenco delle cose portate a termine il giorno prima, riavvolgendo dettagli del quotidiano, o quelle da completare il giorno seguente, è servito.

Devo dare uno strappo a questa notte troppo lunga, consegnarmi al nuovo giorno, in cerca di spiragli al di fuori di lenzuola appiccicose.
Un’altra resa è pronta ad aspettarmi davanti allo specchio impietoso del bagno che rinfaccia gli sgretolamenti.
Attraverso il corridoio dove il cactus di Natale mi omaggia di un piccolo tappeto di boccioli rosa. Fino a qualche giorno fa dai fusti reclinati, una verde parrucca a cascata, occhieggiavano generosi i fiori, vezzose gonnelle di ballerine; ora la pianta si è arresa, congedandone a manciate, sgualciti e accartocciati sul pavimento.
Sul tavolo di cucina la pagina intonsa di ieri sera – un foglio bianco senza righe o quadretti non invogliava le lettere a depositarsi – mentre galoppavano pensieri, pensieri a valanga che non si traducevano in parole. E quando c’erano, le parole, navigavano dentro il loro disordine, non si lasciavano recintare, non si piegavano alle esigenze di una trama.
Di fronte alla fatica di una storia da raccontare, ho desistito prima che straripassero sensazioni a gremire un foglio senza la dignità dei punti.

Apro le imposte della stanza ed entra solo una patina opaca. Dal cortile proviene il miagolio del nostro gatto; il suo desiderio di libertà fa sì che esiga di passare la notte fuori.
Di solito lo osservo con una riprovevole sufficienza, considerandolo un rimpiazzo – un cane fedele e generoso sostituito da questo animale poco comunicativo – cui abbiamo affidato anche il nome il più banale, uno che non favorisse diminutivi: Teo, quasi a significare “visto che ci sei, rassegnati a un monosillabo”.
A un miagolio è difficile rispondere, così scendo le scale e apro la porta. Teo irrompe, mi passa tra i piedi, si precipita sui gradini. Ma non lo seguo; l’istinto mi porta a uscire, a cercare appigli di leggerezza per rammendare fili sdruciti e insidiosi, a crogiolarmi dentro una calma indisturbata.
L’aria è cristallo puro; il freddo mi sorprende con affilate punture di spillo sul viso, sulle mani.
Sulla strada principale qualche rara automobile: la vita altrui, annunciata da sporadici getti di luce che si avvicinano progressivamente e tagliano in due l’oscurità, si rimette in moto.
E’ il mondo di chi deve correre, organizzare; un respiro di sollievo parte incontrollato pensando che non è più il mio mondo.
E’ questo ora il mio mondo, quello da cui bramo ritornare appena mi distacco anche per poco. Qui dove ora è tutto così quieto, tutto defluisce lento. Dove il silenzio a volte è anche la cura, dove l’inquietudine si lava e diventa una soffusa malinconia. Dove le radici mi rassicurano anche senza consumati, ingialliti atti di proprietà.

Non mi serve la luce per orientarmi anche se il carpino mi sbatte in faccia uno dei suoi rami, mentre avverto sotto le ciabatte il cricchiare della galaverna, ma dentro il buio precario del primo mattino posso solo immaginarla nella sua stabilità luccicante e provvisoria. C’è l’orto, a due passi; c’è la vecchia casa dei miei genitori che ricorda l’affanno di metterci mano, frugare tra gli oggetti, scegliere cosa trattenere e di cosa liberarsi, ma anche partecipare alla speranza di chi vuol farla rivivere.

La terra esala indifferenziati profumi di pulito allacciati tra loro, quelli della notte mescolati a quelli del giorno.
Il cielo, dove restano imperturbabili le ultime stelle, è un palcoscenico, uno spazio incerto che cambia lentamente: da blu sta assumendo i toni del grigio, là in fondo di un bianco lattiginoso. Percepisco la corona ondulata dei monti; gli alberi sono ancora una massa compatta, ma in in breve il profilo è nettissimo. Mentre si aprono margini sempre più ampi del giorno – in fondo a questa notte c’è una nuova timida alba – mi sento parte di qualcosa di più grande, come se il turbinare di preoccupazioni non avesse più legittimità.
Rientro in casa dove, in gesti consolidati, preparo la moka di caffè da bere più tardi in due, in una vicinanza che resiste all’usura del tempo.
Si avvicina il gatto con le sue fusa voluttuose e l’avanzare imperioso. Poi, appagato, sale su una sedia, s’ingarbuglia su se stesso, si consegna a un sonno che durerà quasi tutto il giorno.

La notte, una parentesi vestita di incertezze, mi riconsegna al giorno accarezzandomi con una mitezza disponibile a non avere le risposte a tutte le domande.
Non opporrò resistenza davanti a uno specchio poco gratificante a ricordare i solchi dell’età: distillerò una consapevolezza che mi farà venire a patti con il presente.
E non importa se non riuscirò la liberare le parole dai nodi e quel foglio sopra il tavolo resterà vuoto.
Rifaccio l’elenco delle prime cose da fare: una telefonata a un parente, un cassetto da sistemare, riconnettere il tablet – vista l’abitudine di chiuderlo presto la sera non sia mai che qualcuno abbia cercato il contatto.
Arrendersi è lasciarsi blandire dalla rivincita rassicurante delle azioni quotidiane e, se non si vola leggeri, tenersi stretta almeno una manciata di speranze impacchettate.

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