“I convitati di pietra” – Michele Mari


Voto: 5 stelle / 5

Il più classico dei riti generazionali – la cena di ritrovo con gli ex compagni di liceo – nelle mani di Michele Mari diventa una commedia nerissima, spietata e a tratti esilarante. Con I convitati di pietra (Einaudi, 2025), romanzo vincitore del Premio Strega 2026, lo scrittore affronta il mostro più spaventoso di tutti: il tempo che passa e ci logora.

Trama di I convitati di pietra

Al centro del romanzo c’è la III A, un gruppo di ex compagni di liceo legati da un patto cinico e definitivo: una scommessa economica sulla propria sopravvivenza. Ogni anno, il ventidue di luglio, i superstiti si riuniscono a cena. Chi resta in vita più a lungo intasca la posta. Quello che comincia come un goliardico gioco di gioventù si trasforma, decennio dopo decennio, in un’ossessiva e claustrofobica contabilità della morte. Attraverso una narrazione che si spinge audacemente nel futuro fino al 2050, Mari segue i suoi personaggi tra ambizioni fallite, matrimoni naufragati, rancori mai sopiti. Soprattutto, abbiamo una sfilza metodica di cartelle cliniche: bypass, acufeni, parodontiti e sfortune varie  diventano i veri protagonisti della conversazione. I “convitati di pietra” del titolo sono alla fine i compagni stessi che, anno dopo anno, si irrigidiscono nei loro acciacchi e nelle loro pose, diventando parvenze di ciò che erano, mentre le sedie vuote attorno al tavolo aumentano.

Il vero motore del romanzo è proprio la folle e variegata umanità che compone questa scolaresca. Mari mette in scena ben trenta compagni di classe. Li battezza con nomi bizzarri, spiazzanti e quasi teatrali, che sembrano usciti da un vecchio registro scolastico d’altri tempi o da un inventario di maschere comiche. In questo microcosmo non esistono comparse: ognuno dei trenta personaggi ha un ruolo millimetrico, quasi geometrico, sia nello sviluppo della storia sia nell’economia della riffa. C’è chi rappresenta la “quota cinismo”, calcolando a mente le probabilità di decesso degli altri tra un primo e un secondo piatto, e chi invece affronta la cena con la scaramanzia disperata di chi si sente il prossimo sulla lista. Ciascun ex liceale incarna una specifica reazione umana all’idea della fine. Ognuno ha la sua personalissima strategia per provare a sbancare il lunario. C’è chi si dà a una vita monacale e salutista pur di campare un giorno in più dei rivali, e chi, al contrario, decide di consumarsi fino all’ultimo respiro, sfidando la sorte a viso aperto.

Ma tra quei trenta c’è anche chi decide di non lasciare tutto nelle mani del destino (o della biologia) e sceglie di “sporcarsi le mani”. La scommessa diventa così un silenzioso e spietato gioco eliminatorio. Il sospetto si siede a tavola insieme ai convitati. La cena di classe diventa così un vero e proprio campo di battaglia dove ogni calice di vino o ogni confidenza potrebbe nascondere una trappola.

Recensione

Per chi legge “I convitati di pietra” diventa praticamente impossibile restare un semplice spettatore distaccato. Pagina dopo pagina, viene spontaneo immedesimarsi, prendere posizione e, inevitabilmente, scegliere il proprio preferito. Quel personaggio per cui, nonostante i suoi difetti, si finisce per fare il tifo, sperando con tutto il cuore che riesca a schivare i colpi della sorte (e dei compagni) e ad arrivare fino in fondo per riscuotere il premio finale.

Il bello è che, pur essendo così tanti, non ci si perde mai. Mari è un maestro nel dare a ciascuno un’identità precisa, legata a un vizio o a un ricordo del liceo. Trasforma questi trenta individui in trenta modi diversi di fallire, di invecchiare e di restare disperatamente aggrappati alla vita. La cena diventa così una scacchiera spietata, dove la morte muove le sue pedine, ma i giocatori si rifiutano di arrendersi, dando vita a un gioco corale che diverte e, sotto sotto, fa anche un po’ tremare. È un elenco che fa ridere a denti stretti, dove l’angoscia esistenziale viene sublimata in una comicità nerissima.

A sorreggere questa narrazione è una lingua che sorprende per la sua compostezza. Mari sceglie qui un linguaggio asciutto e senza orpelli, una prosa che va dritta al punto senza mai perdere un briciolo di stile. La vera forza del romanzo sta proprio in questo equilibrio: riesce a parlare di qualsiasi argomento – dal decadimento fisico alle bassezze umane, fino ai risvolti più cupi della scommessa – con un’eleganza innata e mai volgare. I convitati di pietra si rivela così una commovente e raffinata meditazione sulla nostra precarietà. Un libro che dimostra come si possa guardare in faccia il tempo che passa (e persino riderne a denti stretti) senza mai smarrire la classe e la misura.

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