“Il patto col diavolo”

Un’alba pacata, annunciata da un grigio chiarore, affiora tra le tapparelle, sbatte sul rettangolo dell’armadio di fronte al letto. Faccio forza sulle braccia, mi afferro alle sponde per smuovere questo corpo rattrappito.
Oggi li frego: non sarà la voce dell’infermiera – chi è di turno stamattina? – a svegliarmi, lesta nello sventagliare la mano aperta con le benzodiazepine.
Anche se mi sorvegliano, alla lista delle scarse trasgressioni possibili, aggiungo questa.
Se mi faccio trovare desto e vigile, riesco a tenere in bocca le pastigliette finché l’infermiera se ne va; poi sarà un gioco da ragazzi liberarsene.
Non per niente ma, dentro una lucida rassegnazione, posso dimostrare che sono ancora capace di scantonare le regole.

In questa stanza dell’RSA ci sono le scorie umane, corpi secchi che potrebbero essere spazzati da un alito di vento, coloro che lasciano le mosche camminare sulle mani e sugli occhi cerchiati di viola, la testa pesante, piegata come quella dei colombi, le braccia ciondoloni: i muti.
Neanch’io apro bocca, ma per scelta. Credono tutti che non sappia dar voce ai pensieri, che abbia il fango dentro la bocca. Da quando le mie parole sono state falsate distorte e fraintese, ho deciso: non parlo più. Così osservo, controllo, e fingo che le mie corde vocali abbiano smesso di fare il loro dovere.
Qui dove tutto è rassegnazione, poco il balsamo o il conforto, a spezzare qualche rantolo e tanti silenzi, le voci, qualcuna calma e suadente, altre strillanti e sgradevoli, del personale.
Alle pareti del reparto paesaggi marini che non c’entrano nulla con questo posto dove siamo confinati, ostaggio in mano altrui. Sopra i letti le foto, dettagli che raccontano il passato di ognuno; alcune pendono oblique come ragnatele. Le mie, indicando con la mano e uno sguardo che non lasciava dubbi sulle intenzioni, le ho fatte togliere tempo fa: che senso ha lasciare ricordi ad annidare? A dilatare inutili nostalgie, a rinvigorire il dolore sordo delle mancanze?

Le ore sono lunghe in questa stanza dove restiamo ad ammuffire sottochiave. Più tardi verremo traghettati con la sedia a rotelle nel salone, lì dove si allarga la visuale sul giardino da dove entrano i visitatori, quello con le piante di fagioli abbrancate ai paletti, beffarda metafora dei nostri corpi che, senza sostegno, striscerebbero come larve.
In queste giornate inutili, tutte uguali, con la puzza di corpi mescolato all’odore di disinfettante, imprigionati dentro gli stessi rituali, restiamo a sopravvivere senza neanche la parvenza di fare uno sforzo.
Dopo l’infermiera, arriva l’operatrice. Tutto funziona all’insegna di una maniacale pianificazione, ridotta ai minimi termini: mangiare, dormire. L’istinto di conservazione passa attraverso l’attesa dei pasti: alle 7 il caffellatte, alle 11 e mezza il pranzo, alle 18 la cena. Cibi frullati: sulla bacheca all’ingresso è esposto un ricco menù, ma il sapore è sempre lo stesso.

Lui aveva il turno di pomeriggio; ancora prima di vederlo, ne percepivo la zaffata quando entrava dalla porta d’ingresso.
Mentre si faceva strada – angolo del cartellino, spogliatoio, ufficio – lo sentivo spandere intorno una sferzata di vento feroce, un misto di bruciato e di naftalina. Nessuno si accorgeva, man mano che avanzava – io invece percepivo anche lo sfregare degli zoccoli sul pavimento – di quella nuvola sospesa che lo accompagnava, sbatteva sul soffitto, spargeva polveri scure ad aleggiare come polline.
Aveva il passo leggero, lui; il portamento di un dio che scendeva dall’Olimpo. Niente coda da strascicare, né corna che sbattevano alle pareti.
Se l’inferno è solo una questione di luoghi, lui aveva scelto questo reparto dove nessuno scatena vendette, nessuno lancia sfide, dove la pazienza è rassegnata e impotente.
Entrava con la delicatezza di un gatto che si avvicina alle farfalle, o un serpente a sonagli che si muove tacito, pronto a inghiottire le sue prede Io, io solo, riconoscevo come quel sorriso – solo un’abitudine dentro la cruda nudità – non fosse altro che un retaggio dell’aura di luce irradiata prima che la superbia lo facesse cadere dal cielo.
Scorgevo il divampare delle fiamme che si arrampicavano, restavano sospese a mezz’aria, si attaccavano al soffitto, schizzavano scintille ovunque, saccheggiavano. Se quelle che anticipavano il suo passo scemavano, venivano rimpiazzate da quelle che lo seguivano. Un caldo insopportabile avvolgeva la stanza, mentre cercavo di incamerare ossigeno; se lo avessero fatto anche gli altri si sarebbe esaurita l’aria.
Ma i miei compagni di sventura, immersi nel loro torpore, non si accorgevano di niente.
Che spreco però deve essere stato per la sua bramosia stare qui in mezzo a chi è quasi un’ombra, a chi ha il traguardo in vista.
Che cosa bramava? Stava puntando alle anime, visto che i corpi, quelli, li aveva presi da subito?
La furia sprezzante con cui li spostava. Li rigirava.
L’impazienza con cui li maneggiava o l’alterigia con cui li scansava.
La fretta con cui decideva andassero confinati a letto senza arretrare di fronte all’impudicizia del sole che osava brillare ancora alto nel cielo.
La sua arma, quel cucchiaio con cui li ingozzava.
Se c’erano parenti in vista però li accarezzava quei corpi, li lisciava, ci giocherellava. Oh sì, i movimenti rallentavano, anche l’espressione cambiava. La voce si trasformava; suoni il più vicino possibile a ringhi, intrisi di astiosa stizza, si camuffavano in parole caramellose.

Ma io osservavo, osservavo tutto.
E il patto col diavolo l’ho fatto.
L’ho pattuito il giorno in cui ho riconosciuto la sua vulnerabilità, ho distinto il sogghigno annientarsi, le palpebre tremolare lasciando una lama di fessura. Il giorno in cui, sotto le fiamme affievolite, l’ho visto annaspare in una nuvola d’incenso e ho sentito aria pulita entrare dalle finestre.
Il giorno in cui ho sgretolato il suo piano smuovendo corde vocali arrugginite, tenendo fisso lo sguardo, e a lui, solo a lui, giocando il tutto per tutto, ho fatto sentire la mia voce: – Io parlo.

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