
“L’internato” di Sebastian Fitzek è un thriller psicologico, buio e crudele, che si misura con il male, il senso di colpa, le strategie adattative per evitare l’incubo della verità (Fazi Editore 2026, traduzione di Sveva Lizza, 340 p.).
Trama de L’internato
Il pompiere Till Berkhoff si imbarca in una missione suicida. Dovrà infiltrarsi in una clinica psichiatrica di massima sicurezza che ospita alcuni dei più pericolosi psicopatici della Germania. Ha una cartella clinica creata ad hoc e un contatto di fiducia all’interno della struttura, perché per il personale sanitario vestirà i panni di un malato socialmente pericoloso. È il solo modo per incontrare e, forse, estorcere una confessione a un altro paziente.
《Till deglutì a fatica e si chiese come fosse possibile che il male avesse un aspetto così innocente. Di fronte a lui era seduto un giovane all’apparenza sano di mente, con una faccia simpatica e un sorriso cordiale. Niente, nemmeno un bagliore negli occhi, tradiva i suoi pensieri oscuri. Come si fa a mettere in guardia un bambino da questa sottospecie di essere umano? Un sadico perverso con gli occhi dolci da bassotto e i tratti del viso così gradevoli》
Si tratta di Guido Tramnitz, un serial killer dalla brutalità inaudita, che gli inquirenti ritengono responsabile della scomparsa del piccolo Max, suo figlio. Un eufemismo, il termine “scomparsa”, che condanna chi resta all’attesa di un corpo da piangere o abbracciare, alla tortura di non sapere come siano andati i fatti. Mentre Till ha bisogno di sapere cosa è successo al suo bambino. La faccenda si complica quando i misteri si accumulano e la percezione sui ruoli dei personaggi in gioco tende a vacillare. Alla fine per il lettore sarà uno shock scoprire la vera natura dell’indagine di un padre disperato.
Recensione
Lo sguardo claustrofobico che caratterizza la vicenda è imposto dallo spazio, una struttura psichiatrica all’avanguardia, disumanizzata dal bianco, che sembra vivere di vita propria quasi un organismo lontano dalle leggi del consorzio umano che i degenti hanno calpestato. Luogo ideale ampiamente collaudato in letteratura per trasformare la verità in menzogna e viceversa. Asettico ed anestetizzato, l’ambiente contrasta con le pulsioni interiori che i personaggi mascherano per svariati motivi.
Al netto delle affinità con “Shutter island” e “Quando Dio imparò a scrivere”, il romanzo richiede una dose generosa di sospensione dell’incredulità. Infatti è un susseguirsi di colpi di scena in grado di rivoluzionare le coordinate narrative a ritmo indiavolato. La tensione cresce, accompagnata dal sentore che rispetto alle premesse qualcosa sfugga, non vada per il verso giusto, per puntare tutto sull’effetto sorpresa. La vicenda si affaccia nell’oscurità della mente per cavalcare con immagini forti, situazioni estreme, colpi bassi, azione, uno dei timori più grandi: l’incertezza. La stessa che logora il protagonista. Ogni dettaglio si presta a più interpretazioni, sottende qualcosa e ciò spinge a divorare un capitolo dietro l’altro in cerca di risposte non sempre soddisfacenti. Una lettura estiva perfetta senza troppi approfondimenti psicologici.



