“Barbablù” – Ernesto Ferrero

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Voto redazione

5 stelle

Data di pubblicazione

3 Ago, 2022
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Charles Perrault, scrittore alla corte di Luigi XIV, nella fiaba di Barbablù immortala uno dei serial killer più spietati di sempre, attivo nella Francia del primo Quattrocento.

La filiazione diretta dell’omonima favola dalla storia vera del pluriomicida Gilles de Rais è acclarata. Lo dimostra Ernesto Ferrero nel saggio “Barbablù. Gilles de Rais e il tramonto del Medioevo” pubblicato per la prima volta da Einaudi nel 1998. L’indagine ad oggi più esauriente, malgrado siano stati versati fiumi di inchiostro a riguardo.

Trama di Barbablù

L’ autore scandisce in tre atti (eroe, mostro, santo) la biografia del protagonista sullo sfondo di una Francia piegata da arbitrio, sopraffazione, miseria, malattie, lotte intestine, guerre, debolezza del potere centrale. La documentazione è ampia e pluridisciplinare.

Gilles de Rais (1404-1440) fu un personaggio eccezionale, tormentato e contraddittorio. Emblema negativo dell’insondabilita dell’animo umano. Incarnazione del bifrontismo medievale. Sanguinario e raffinato. Superstizioso e credente. Praticò magia nera, alchimia ed evocazioni diaboliche con lo stesso fervore con cui provvedeva ai diseredati. Succube di un mecenatismo dettato dalla metà cattolica della sua personalità. Di giorno si dedica a pratiche devozionali e caritatevoli. Di sera è impegnato in piaceri erotici aberranti, mattanze spettacolarizzate per pochi intimi. Un crescendo parossistico di raptus omicida e degrado psichico che lo porterà alla rovina economica, all’arresto e ad una condanna esemplare.

Padrone di un’immensa fortuna, a 25 anni diventa maresciallo di Francia (maréchal de France): la più alta carica militare in vigore dai Capetingi a Mitterand. Nella guerra dei Cent’anni condivide con Giovanna d’Arco la gloria della liberazione d’Orléans che fa di lui un eroe.

Da un lato è un professionista della guerra in cui può uccidere e torturare legalmente. Dall’altro è un collezionista compulsivo di oggetti raffinati, che tesaurizza nei suoi castelli. Quest’ultimo dato dimostra che, mentre il Medioevo vira al Rinascimento, la largesse cambia rotta. Infatti non è più indirizzata al prossimo, ma al proprio appagamento estetico e pratico. E la prodigalità di questo pari di Francia è leggendaria, quanto la sua gratuita efferatezza.

Punto di non ritorno

Quando nel 1432 l’avventura della guerra termina, Gilles de Rais inizia la sua carriera di pedofilo sadico pluriomicida:

senza guerra era solo davanti a se stesso”

Si avvale a caro prezzo della complicità di un entourage di fedelissimi, deputati sia al reclutamento delle vittime, sia allo smaltimento dei cadaveri. Si stimano quasi 200 i bambini di ambo i sessi torturati, stuprati, uccisi. Smembrati e inceneriti. E qui mi fermo.

La mostruosità dei delitti spiega la trasfigurazione letteraria attuata da Perrault quasi tre secoli più tardi. Infatti Barbablù non è un pedofilo assassino, come il personaggio storico da cui deriva, bensì un uxoricida seriale. Ricordate la storia di quel signorotto brutto e facoltoso, che uccide e occulta i cadaveri delle mogli in una stanza proibita del proprio castello?

Un passaggio obbligato che Ferrero argomenta incrociando antropologia culturale, folclore, tradizione favolistica e dinamiche della memoria popolare. Non è forse più accettabile per la collettività una storia esemplare di mogli uccise da un marito crudele?

Recensione

“Barbablù. Gilles de Rais e il tramonto del Medioevo” non è una biografia, è anche una biografia. Infatti gli obiettivi dichiarati da Ernesto Ferrero sono di ampio respiro. Provare quanto l’esplosione di violenza incontrollata del protagonista sia il sintomo di una malattia sociale. Riflettere sulle maschere identitarie che l’uomo indossa come strumento di sopravvivenza e di sopraffazione. Dimostrare la potenza della Chiesa e dei suoi ministri:

Capaci di annettersi una vicenda che sfida ogni possibilità di comprensione, e di iscriverla in una dialettica di colpa e redenzione.

Soprattutto cercare una risposta ad una malvagità che, oggi come ieri, appare indecifrabile.

Isabella Fantin

Recensore

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Laurea in Cattolica, docente alle Superiori, vivo a Milano nel tormento della movida e mi rifugio nella pace della Toscana.

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