Immagine dello spazio
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Quando a qualcuno è tolta la possibilità di fare all’amore per proprio conto, è costretto dall’istinto imperioso a farlo per conto altrui.

Italo Svevo
Immagine dello spazio

1.
Non è così difficile.
I rumori, nello spazio, ci sono, ma noi non li sentiamo. Qualcosa impedisce loro d’essere ciò che sono.
Meglio così. Non sappiamo quali creature vivano negli spazi siderali. Non sappiamo come potrebbero reagire ad eventuali ingerenze esterne. Così, anche se i rumori, qui, non si sentono, hanno pensato di limitarli al minimo. I tecnici mi hanno parlato d’un nuovo tipo di silenziatore applicato ai motori.
L’astronave è silenziosa come un piatto che scivola all’infinito su un oceano d’olio.
Non era così difficile.

2.
Viaggio sul primo modello d’astronave senziente costruita dall’uomo.
Le hanno dato un nome di donna.
Beth.
È l’unica cosa umana che ha. Il nome.
C’è qualcosa che non afferro, qualcosa che viene taciuto. Non sono un tecnico: certe cose, per quanto facili, non riesco a capirle.
– Non si lasci suggestionare dal fascino di un nome senza corpo. Lo dico per lei, perché non abbia a patire cocenti delusioni.
Non importa.
Beth

3.
È il diminutivo d’Elizabeth, mi pare.
A me viene in ogni caso più naturale adoperare Beth.
Tre settimane nello spazio.
Sto trattando questa nave spaziale con troppa familiarità. Dopo tutto, è solo una macchina. Ma io me ne dimentico spesso e volentieri.
Silenziosa e discreta, lambisce i profili di mondi sconosciuti, senza interferire. Non intraprende rotte sconvenienti. Descrive traiettorie lievi ed efficaci…
Il ronzio che avverto in ogni ora del giorno culla le poche occupazioni che posso avere a bordo. Non mi lasciano fare quasi nulla. D’accordo che sono qui unicamente per osservare e riferire… vorrei sentirmi più utile.
Meno male che c’è Beth.
Il suo brusio (brusio?)
mi sostiene.
Posso appoggiarmi ad esso.
Grazie, Beth.
Ti sono obbligato.

4.
Il comandante mi ha assicurato
(glielo giuro sulla Bibbia, se la cosa può farla stare meglio: non ci sono donne a bordo, non ce ne sono mai state)
che non ci sono donne a bordo. Lo dice lui. Io non gli credo. Non posso.
Stanotte c’era una donna, nella mia cabina. Non l’ho vista, ma ne ho percepito la presenza. Non ho acceso la luce per controllare. Sono rimasto immobile nel letto. Aspettando. È rimasta con me per un po’. Ho capito che era in piedi
(lei sta dando i numeri. Cosa le fa pensare che ci sia una donna a bordo? Pensa che le stia mentendo? Che le stia nascondendo qualcosa che non deve sapere? Che vantaggio ne ricaverei? La prego, non dica assurdità. Non è abituato a viaggiare nello spazio, ecco tutto. E vede cose dove cose non ci sono…)
da come respirava. Mi guardava. Quando lei è andata via, mi sono addormentato.
(glielo ripeto per l’ultima volta: non ci sono donne a bordo)
Meglio tacere: con l’equipaggio, col comandante…
Potrei passare per pazzo, e non mi conviene. Il viaggio è lungo. Non mi va di trascorrerlo in una cella d’isolamento. Ce ne sono un paio, qui, proprio vicino alla Sala Macchine.
(ha capito? Niente donne!!!)
Continuo a pensare a lei come ad una donna.
Beth è soltanto un’astronave.

5.
È tornata.
Questa notte.
Mi ha chiamato per nome.
Conosce il mio nome.
Si è avvicinata al letto.
Ha sollevato le coperte.
Si è distesa accanto a me.
Non sapevo cosa fare, anche se forse volevo farlo. Stava in silenzio. Era evidente che non avesse niente da dire. Respirava normalmente. Come qualsiasi altro essere umano. Nessuna emozione, nessuna impazienza.
Ha preso la mia mano, con delicatezza. L’ho lasciata fare. Me l’ha stretta, baciando le dita, ad una ad una. Poi l’ha accostata ad un seno, invitandomi a carezzarlo. Ha la pelle liscia, levigata, quasi metallica al tatto, eppure morbida e cedevole. Mi ha attirato sopra di sé.
Lo abbiamo fatto.
Più volte.
In silenzio.
Per non disturbare le creature suscettibili che popolano il cosmo.

6.
Tre notti senza di lei.
Sto male quando non posso baciarla.
Sto male quando non posso toccarla.
Sto male quando non posso stringerla fra le braccia.
Sto male quando non c’è.
La navigazione è stata un inferno.
Beth si è trovata in difficoltà: è stata costretta ad elaborare una rotta complicatissima, per evitare non so che detriti spaziali. Asteroidi, forse resti di pianeti distrutti di recente…
L’hanno messa sotto pressione. Ha sofferto.
Oggi sono un fascio di nervi.
Io so che ha sofferto.
Nessuno se n’è reso conto, all’infuori di me. Avvertivo la tensione sulle pareti d’acciaio.
(ne sono sicurissimo non ci sono donne a bordo la smetta di rompere i coglioni)
Beth non è una persona. E non è una donna.
Continuo a ripetermelo, nella speranza di autoconvincermi che le cose stiano effettivamente in questi termini.
Spero non sia gelosa della donna che viene a trovarmi di notte.
Magari è lei a mandarmela.
Beth è fatta così: pensa sempre a tutto.

7.
È tornata, finalmente.
Non parla mai.
Né prima, né dopo.
Stanotte mi si gettava contro con furia, quasi volesse fondersi con me.
Ho ricambiato il suo impeto: ne sono uscito esausto. Lei, invece, respirava tranquillamente, come dopo una passeggiata.
Ci siamo addormentati tenendoci stretti.
Quando mi sono svegliato, non c’era più.

8.
Che strano.
Stasera non ha voluto farlo.
– Vieni con me.
– Dove?
Ha parlato. Mi aspettavo una voce… diversa.
– Vieni e basta.
– Aspetta, mi metto qualcosa addosso.
Ho infilato un accappatoio.
Mi ha portato per corridoi che non avevo mai visto, oppressi da tubi e fili grandi come serpenti. Ci siamo fermati davanti alla Sala Macchine.
Ho pensato subito alle celle d’isolamento.
– Non posso. Non sono autorizzato. Sai che mi fanno se mi scoprono qui?
– Entra.

9.
Ero nella Sala Macchine di un’astronave senziente.
(non ci sono donne a bordo quante volte devo ripeterlo)
– Dov’è il motore?
– Non c’è motore.
– Come, non c’è? Oh… Gesù Cristo!
Al centro della Sala.
Un corpo di donna, attraversato, circondato, avvolto, avviluppato da macchinari mai visti, fili, tubi, circuiti di tutte le dimensioni, di tutti i colori, di tutte le forme…
Beth!
Indica il groviglio.
Indica se stessa.
Indica se stessa e il groviglio.
– Lei è Beth. Io sono Beth.
La cavia consapevole.
La Nuova Concezione.
Voci dentro di me.
Sono stati generosi. Mi hanno dato una scelta. Morire. O diventare questo. Non potevano curare la mia malattia. Non ci hanno provato. Sapevano che non c’era niente da fare. Questione di tempo.
Si avvicina alla mostruosa combinazione di carne e macchina.
Per te sono Beth. Lo sono sempre stata. Lo sono stata subito…
Rientra in essa.
Si fonde in essa.
Continuare a vivere: questo mi hanno promesso. «Puoi continuare a vivere, ma non sarà come prima». Sbagliavano. Non potevano togliermi le mie sensazioni, le mie ansie, i miei desideri… io sono ancora di carne.
Una sedia.
Non c’è una sedia, qui?
Va bene: cadrò in piedi.
Come i cavalli.

10.
A te la scelta.
Ho bisogno di sapere, prima.
Sapere cosa?
Soffrirò? Sentirò dolore?
Non più di quanto ne abbia sentito io.
Tu eri malata. Io sono in buona salute.
Hai ragione.
Aiutami a decidere.
Non posso. Puoi farlo solo tu.
Che cosa devo…
Torna nella tua cabina. Decidi in serenità. Io aspetterò. Ho tempo.

11.
Ho deciso.
Avranno un bel da fare a spiegare la mia scomparsa…
(per l’ultima volta, non ci sono donne a bordo)
Sono pronto, Beth.
Anch’io.

Enrico Cantino

Recensore

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Enrico Cantino dovrebbe aver superato la cinquantina, ma non ne è sicuro nemmeno lui. Ha una laurea in materie letterarie, un blog su Tumblr e svariate passioni: i gatti, la scrittura, la lettura, i cartoni animati (giapponesi, in particolare), i "filmacci" come li chiama lui (horror, azione, demenziale, fantascienza, ecc. ma non disdegna qualche pellicola "seria"). Ha pubblicato con Mimesis, casa editrice di Sesto San Giovanni, sei libretti sulle serie animate nipponiche suddivise per generi: robottoni, eroine, guerrieri, sport di squadra, maghette, rapporti di coppia. Può darsi riesca anche a pubblicare qualcos'altro. Adesso vede.

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