“Candido” – Voltaire

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Voto redazione

5 stelle

Data di pubblicazione

7 Nov, 2021
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7

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In pieno Covid quando, costretta a casa, “scendere” la mia cagnetta Noce Moscata era un evento mondano, ho deciso di rileggere “Candido” di Voltaire, pubblicato nel 1759. A distanza di tempo ho riscoperto sequenze dimenticate, altre le ho gustate con una sensibilità diversa, altre ancora mi hanno strappato un sorriso o fatto riflettere come la prima volta.

Un aspetto continua a monopolizzare il mio interesse, quello che brilla di una luce discreta nell’anomalo lieto fine. La vera sfida è l’adattamento alla vita quotidiana, lo scenario di insoddisfazione e noia dove emergono gli eroi. Perché è troppo facile avere coraggio nelle situazioni fuori dall’ordinario.

Penso che ciascuno di noi dovrebbe diventare come Candido, di fronte a ciò che la vita ci offre: flessibile e propositivo. Per questo lo consiglio.

Tra i candidati c’era anche “La peste” di Camus che, stando ai sondaggi, attualmente vanta un successo di vendita senza precedenti. Il che mi sembra una bella rivincita per un romanzo molto bello, più famoso che conosciuto.

Eppure l’ho scartato perché mi sembrava un po’ deprimente, a favore di Voltaire che consiglio a grandi e piccini.

Frasi semplici e brevi, chiarezza lessicale, timbro ironico, susseguirsi inverosimile di disastri alla ridolini, ritmo incalzante ne hanno decretato il successo.

Voltaire, infatti, sceglie uno stile leggero per non appesantire un testo dal contenuto importante: denunciare la presenza del male nel mondo.

Avvertenze

Si consiglia di evitare un approccio realistico o verosimile, trattandosi di un romanzo allegorico, in cui lo spazio delle avventure va letto come lo spazio della conoscenza del proprio io da parte del protagonista.

Visione d’insieme

Questo romanzo filosofico, il cui titolo originale è “Candido ovvero l’ottimismo”, composto intorno al 1750, fu fatto pubblicare a Ginevra in forma anonima per evitare le persecuzioni della censura.

Ricalca il romanzo di formazione: il giovane protagonista Candido viene cacciato dal castello che lo ospita, perché sorpreso ad amoreggiare con Cunegonda, figlia del padrone di casa, “di 17 anni, fresca, paffuta, appetitosa”. Dopo numerose peripezie nel Vecchio e nel Nuovo Mondo accompagnate da altrettante esperienze, Candido cresce e matura; osserva, sperimenta e impara; diventa consapevole e saggio nella sfida della quotidianità.

Impara che gli insegnamenti del suo precettore non corrispondono al vero, perché il nostro non è il migliore dei mondi possibili, dove ogni cosa ha il suo perché.

C’est la vie

Impara che la vita va presa per quello che è, senza pretendere di darne spiegazioni certe. E che proprio questo è il bello e il più difficile da mettere in atto.

Trama di “Candido”

Il testo narra le disavventure di Candido il quale -dopo essere stato cacciato dal castello in Vestfalia che lo ospita, luogo di beata innocenza come il paradiso terrestre – insegue imperterrito la sua felicità per i cinque continenti. Della serie”Se scappi ti sposo”.

La felicità è la giovane Cunegonda, oggetto del desiderio prima, e di scambio poi, di numerosi pretendenti che non conoscono sempre le buone maniere. Se poi pensate che Cunegonda sia una fanciulla angelicata, vi sbagliate di grosso!

Candido è “un giovinetto che la natura aveva dotato di costumi assai mansueti”, “dallo spirito grandemente semplice; per questo lo chiamavano Candido”, “gli si leggeva l’anima sul volto”.

Curioso per natura”, il suo candore eponimo ricorda un po’ Forrest Gump, un po’ il protagonista di “Oltre il giardino”: l’imperturbabile Peter Sellers.

Un corso di sopravvivenza

Il circuito delle peripezie copre l’intero spettro dei mali dell’umanità. In breve, ne capitano di ogni al nostro Candido che, come suggerisce il suo nome, è la vittima perfetta di ogni mascalzone di passaggio. E che, come osserva Calvino, ad ogni colpo della sorte “rimbalza come una palla di gomma”. Imperterrito, avanza alla ricerca della sua bella perché lui l’ottimismo non lo perde mai.

L’ottimismo è il suo equipaggiamento, la noncuranza la sua arma.

Arruolato con la forza, è costretto a combattere. Diserta. Scampa a un naufragio e al terremoto nella capitale portoghese e all’Inquisizione. Si imbatte in prostitute, ladri e frati corrotti, non manca la figlia di un papa. In America latina conosce ingiustizie, schiavismo, nuove genti e vecchi soprusi, indigeni, cannibali; raggiunge l’Eldorado, la terra dei sogni perché immune da ambizione, denaro, malvagità e guerre di religione. Così sembra. Approda in Inghilterra, Olanda, Parigi, Venezia.

Parigi è “la città dove ognuno cerca il piacere, ma nessuno lo trova”.

Forse il più felice degli uomini è un nobile veneziano che vive in una splendida dimora sul Brenta?

Dopo avere sperimentato un campionario di dolore e violenza gratuiti, di cui l’umanità è tristemente capace, trova il senso della vita in una piccola fattoria a Costantinopoli, insieme alla regina del suo cuore e al suo maestro, che pensava perduti per sempre.

Sa bene che la felicità deve essere messa a punto ogni giorno, con lo stesso impegno profuso per raggiungerla.

Cosa ci vuol dire Voltaire?

Il tema centrale è la denuncia del male nel mondo e, di conseguenza, la satira dell’ottimismo Settecentesco e della pretesa dell’uomo di padroneggiare certezze assolute, in un mondo dominato dalla casualità, dal male e dalla contraddizione. Allora il pensatore francese rinnega l’Illuminismo?

No, anzi.

Quando si dedica alla stesura del romanzo, Voltaire ha 65 anni, alle spalle una serie di eventi che lo rendono scettico sul reale progresso verso il bene e verso la felicità compiuto dagli uomini. Per esempio il terremoto di Lisbona, la guerra dei Sette anni, persecuzioni e intolleranza religiosa e guerre, miseria, epidemie.

Pertanto la risposta è: Voltaire pensa che la ragione illuminista dimostri proprio che il nostro non è il migliore dei mondi possibili.

Ciò detto, rilancia una proposta positiva e propositiva. Come precedentemente osservato, infatti, ci ricorda che se è facile essere eroi, travolti dalle avventure, non lo è affatto nella banalità della vita quotidiana dove ciascuno di noi gioca la partita più importante:

Dobbiamo coltivare il nostro orto”

È questa la proposta di “Candido”

Cosa significa?

Significa che poiché non esistono, né sono mai esistiti, giardini incantati, l’uomo con la fatica taciturna del contadino deve lavorare piano piano, quotidianamente. In questo lavoro chiamato “avventura paziente” – che scaccia noia, vizio, bisogno – risiede la saggezza, fonte di felicità per l’uomo perbene.

Perché uomini perbene si diventa ogni giorno, con un atto della volontà che mette in gioco la responsabilità individuale.

Una curiosità

Nel ricco epistolario, Voltaire parla spesso del piacere che gli procura zappare nell’orto, attività che lo coinvolse oltre i settant’anni.

Isabella Fantin

Recensore

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Laurea in Cattolica, docente alle Superiori, vivo a Milano nel tormento della movida e mi rifugio nella pace della Toscana.

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