“Chiederò perdono ai sogni” – Sorj Chalandon

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Voto redazione

5 stelle
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7

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Mentre leggevo “Chiederò perdono ai sogni” di Sorj Chalandon – bello, bello, bellissimo – mi chiedevo come un giornalista francese potesse conoscere in modo tanto approfondito la questione nordirlandese. Come può testimoniare in modo così vivido i sentimenti di un militante repubblicano ai tempi dei Troubles che hanno attraversato, nel secolo scorso, l’Ulster, da Belfast a Derry, passando per Newry? Poi, cercando informazioni in rete, ho capito.

Chalandon, giornalista ed inviato, ha avuto modo di seguire da vicino la questione nordirlandese, stringendo amicizia con Donald Donaldson, attivista IRA e rappresentante dello Sinn Féin, la cui storia non mi era nuova. Si trattava infatti di un repubblicano, coetaneo di Chalandon, che, nel 2005, dichiarò in una conferenza stampa di aver tradito, venticinque anni prima, la causa indipendentista passando ai servizi segreti britannici. Donaldson fu ritrovato morto nell’aprile del 2006.

Ed è a questa vicenda che Chalandon ha dedicato due suoi romanzi, questo e “Il mio traditore”.

Trama di Chiederò perdono ai sogni

“Chiederò perdono ai sogni”, in particolare, racconta la vita di Tyrone Meehan, i suoi sogni di libertà, il suo impegno militare, le sue lotte, i suoi errori e i suoi sensi di colpa.

Meehan è un assassino cattolico, ha visto le torture di Long Kesh e ha partecipato alla Blancket protest, ossia il rifiuto di portare la divisa del carcere.

Ha scelto la nudità, protetta solo dalla coperta data in dotazione, per protestare contro la cancellazione dello status di prigionieri politici degli irlandesi accusati di rappresentare l’IRA, voluta dalla Thatcher nel 1979.

È stato in carcere al tempo di Bobby Sands. Per capire la vita a Long Kesh, le torture inflitte agli accusati di militanza terroristica, lo sciopero della fame attuato da Sands e compagni consiglio la visione di “Hunger”, con Michael Fassbender, regia di Steve McQueen. Realistico e doloroso, rabbioso ed intenso proprio come questo romanzo.

Le esperienze di Meehan iniziano con la militanza del padre, un irlandese del Donegal, il cui motto era “Éirinn go Brách” (“Irlanda per sempre”, in gaelico), ai tempi di James Connolly da cui il ragazzo eredita i sogni e la tenacia. Se volete farvi un idea, anche qui c’è il film “Michael Collins”, con Liam Neeson, per la regia di Neil Jordan.

I sentimenti repubblicani di un giovane cattolico si intensificano con il trasferimento della sua numerosa famiglia, ormai orfana di padre, a Belfast. Seguiamo le vicende di Tyrone dagli anni ‘40 fino alla processo di pace, culminato col cessate il fuoco del 31 agosto ‘94. E poi il suo esilio, dopo la terribile confessione del tradimento, nel 2006.

Sullo sfondo, una Belfast dolente, straziata dalla guerra civile, dai blitz dei vari eserciti e paramilitari dell’Ulster, lealisti a servizio della corona britannica, la ghettizzazione dei cattolici indipendentisti, la loro fame, la loro miseria e i loro strenui ideali. Chalandon, come dicevo, ci porta dentro questa realtà in modo molto definito, con una scrittura intensa e incisiva, vibrante ed emozionante. Io ho pianto spesso durante la lettura, per rabbia, davanti alle prevaricazioni, alle torture, all’accanimento contro una minoranza rabbiosa e schiacciata.

Recensione

La Belfast di Falls Road, che ancora oggi porta le cicatrici di quella guerra, le lapidi dei morti uccisi su quella strada, il parco del Memoriale, la sede dello Sinn Féin dove troneggia il famoso murales con il ritratto di Sands e le sue parole di resistenza. Le camionette blindate che pattugliano la zona cattolica, con le madonnine di gesso alle finestre inferriate, separata da quella protestante, Shankill Rd, da un muro, con un nome assurdo: “il muro della Pace”.

Giardini posteriori di Falls che confinano con quelli di Shankill, protetti ancora oggi dalle “rear cages”, gabbie che li coprono completamente. Come se, per stare tranquilli, si dovesse vivere in prigione. Ecco: Belfast, con il suo Hotel Europa, l’edificio più bombardato al mondo dopo Sarajevo, è stata una delle città che mi hanno emozionato di più. La sua storia, le sue sofferenze rimangono lì, visibili, perché niente venga dimenticato.

Leggere questo favoloso romanzo di Chalandon mi ha scaraventato di nuovo lì, con una visione piuttosto oggettiva, mai così estrema, della situazione e delle scelte dell’IRA e dell’Irlanda in quei contesti storico-politici. Mi è sembrato che l’autore abbia dato una voce piuttosto critica a Meehan e a qualche altro personaggio, che risultano avere notevole carisma e spessore. Non si può, però, non appoggiare le scelte del protagonista, sia che appaiano giuste sia che sembrino sbagliate. In tutto c’è una logica, compreso quel fatidico tradimento, intriso di sensi di colpa vecchi e nuovi.

Non avrei mai pensato di amare così tanto un romanzo sui Troubles scritto da un non-nord-irlandese. Chalandon invece mi ha stupito molto, emozionandomi ad ogni pagina, tra rabbia e dolore, impotenza e compassione. Vi posso solo dire: leggetelo, se potete.

Chiara Carnio

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