
Una donna resiliente, trasferitasi per amore in una terra dove non sembra esserci posto per lei: in “Duramadre” di Erica Cassano (Garzanti, marzo 2026), la protagonista cerca di adattarsi al clima ostile della famiglia ospitante e del paese intero, ma i suoi sforzi paiono non servire a nulla.
Trama di Duramadre
Celeste, la protagonista, è una quarantenne considerata vecchia nel paese della Calabria dove, per insegnare, si è trasferita in casa della famiglia di Tonio, più giovane di lei. I due sono innamorati e Celeste immagina un matrimonio nel loro futuro. E’ evidente, da subito, che nel paese, e in casa di Tonio, i pensieri delle persone corrano nascosti rispetto a ciò che viene detto. Gli sguardi seguono la nuova arrivata, la giudicano, “la guardano fin dentro le viscere”. Celeste prova e riprova a stemperare il clima avverso della famiglia, a lasciar scivolare lamenti che sono la sola forma di comunicazione. Soprattutto la madre di Tonio, a capo di una gerarchia familiare ben definita e consolidata, mostra a Celeste tutto il suo astio.
L’aria di progresso – siamo nel secondo dopoguerra – che l’Italia sta avvertendo non sfiora l’immobilità del paese e dei suoi abitanti. Solo con Agnese, l’unica alunna che si presenta a scuola il primo giorno – la gente non si fida di un’insegnante che arriva dalla città – Celeste instaura un’elementare forma di comunicazione. Anche Tonio le appare diverso da come l’aveva conosciuto, succube di una madre cui dedica totale obbedienza.
Celeste troverà la strada giusta? Resistere o andarsene?
Recensione
Tutto nel paese ha significati nascosti e vergogne segrete. Esistono relazioni in cui non immischiarsi. Si sceglie cosa far trapelare e cosa no. Si rattoppa dietro le finzioni.
In breve tempo Celeste è intrappolata nel sentirsi troppo o troppo poco.
Le donne stanno in silenzio: tutti si aspettano da esse l’obbedienza, mentre gli uomini sentenziano. Nelle parole che una delle sorelle, Lisa, la più ribelle, rivolge a Tonio si riassume la condizione femminile: – Tu sei maschio, tutto ti è dovuto, anche la buona sorte.
Duramadre, il titolo, ha significati diversi: non è solo una parte anatomica a rappresentare qualcosa di resistente; è quella terra che, per chi si allontana “resterà a sanguinargli nello stomaco come un’ulcera“; è anche un segreto ” segno di fallibilità umana” che Celeste confiderà solo alla fine a Tonio.
Per lei l’amore diventa “una damigiana piena d’acqua che finché può ti rinfresca, ma pronta a esploderti in mille schegge fra le mani” . Il costante affanno, i tentativi di comunicare con la famiglia di Tonio sono
“un lungo masticare che non aveva portato a nulla solo la voglia di cavarsi il boccone e scagliarlo contro un muro”.
Eppure il suo nome – Celeste – contrapposto alla terra che è duramadre suggerisce di per sé la forza di staccarsi, di elevarsi in una società chiusa.
I salti temporali sono continui; il lettore costruisce pian piano i tasselli, scopre i motivi di tante bugie, di sofferenze che hanno portato i personaggi – ognuno ben caratterizzato – ad atteggiamenti incomprensibili.
Sembra non avere pietà l’autrice per questa terra; denuncia senza freni l’ipocrisia della gente, la facilità alla menzogna, la durezza dei rapporti, le apparenze esibite come verità.
Un romanzo scritto con rigore stilistico, spiazzante nel contenuto, non privo di colpi di scena, sicuramente consigliabile.



