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I samurai e la morte

La morte come scelta

L’Hagakure è un testo redatto da Yamamoto Tsunetomo. Racchiude l’antico codice etico dei samurai. In esso si legge: «Io ho scoperto che la Via del Samurai è morire. Davanti all’alternativa della vita e della morte è preferibile scegliere la morte. Non c’è bisogno di pensarci; presa la decisione si va avanti».

Sia chiaro che questo non è un invito alla violenza o al suicidio. Scegliere la morte significa sacrificare la propria vita per gli altri e scegliere la strada più difficile: quella che permette di mettere alla prova se stessi. Con il termine «morte» si potrebbe anche intendere, secondo un’interpretazione in chiave Zen, non il decesso fisico, bensì l’annullamento del proprio io cosciente che rallenta, impedisce e falsa le azioni.

Il samurai deve paradossalmente comportarsi come se dovesse morire da un momento all’altro, perché «vivere la vita quotidiana come se si fosse già morti, è seguire la Via della Verità». Se la morte è sempre vicina, non resta altro da fare che prepararsi alla sua venuta. Affrontandola, si comprende il valore della vita. Secondo il Maestro Taïsen Deshimaru «la vita e la morte sono identiche. Se accettate la morte “qui e ora”, la vita diverrà più profonda. Non bisogna essere radicati alla vita. Né alla morte». Tenendo presente che «la morte diviene facile, con l’abbandono del corpo. Si può accettare di morire con il pensiero, ma è necessario che anche il corpo prenda questa “decisione”. Morire con il cervello, con il pensiero, non è possibile».

 

Imparare a morire

Le situazioni che mettono in pericolo la propria vita permettono di assaporarla appieno. E insegnano come comportarsi di fronte a una minaccia. Così, quando ci si accorge che è arrivata la fine, si è in grado di affrontarla con coraggio. Bisogna imparare a morire, per liberarsi dalla paura della morte. Tanto è vero che il samurai Torii Mototada si chiede: «E come può un uomo vivere valorosamente da guerriero se ha a cuore la propria vita?».

Lo scrittore Yukio Mishima nelle Lezioni spirituali per giovani samurai rincara la dose: «In ultima analisi il valore di un uomo si rivela nell’istante in cui la vita si confronta con la morte, ma noi viviamo in modo tale che nulla ci costringe a testimoniare la nostra risolutezza nell’affrontare la morte. È facile dichiarare che si è pronti a morire, ad offrire la propria vita, ma non altrettanto facile è dimostrare che quanto si afferma risponde al vero».

È un concetto presente già negli antichi trattati militari cinesi. Sun-tzu (722-481 a.C.) scrive: «Come potrebbero [i soldati] considerarsi morti, ed evitare che l’estrema concentrazione delle forze nemiche riesca a soggiogarli? [In effetti, ] poi che l’esercito nemico li coinvolge tanto [nella lotta], essi non [hanno il tempo] di impaurirsi […]. Vietate ogni ricorso agli auspici, ed eliminate i dubbi; la [paura della] morte non avrà dove attecchire».

Gli fa eco il discendente Sun Pin (IV sec. a.C. ca.): «dovete essere in grado di distinguere le condizioni che vi permettono di sopravvivere da quelle che vi risulterebbero fatali. Riguardo alle prime, sforzatevi di mantenere la posizione; nelle altre, attaccate». Con un’avvertenza: «per affrontare l’invasore che si sta aprendo un varco tra le vostre fila, servitevi dei guerrieri votati alla morte». Nel testo originale, questo particolare tipo di guerriero viene chiamato kuan-shih; vale a dire «guerriero cadavere».

 

Impermanenza della vita umana

Il sacrificio di un samurai deve però essere spontaneo. Non si può obbligarlo a immolarsi. Bisogna che sia una libera scelta. Perché decidere come e quando morire è un gesto di libertà estrema. La circostanza ideale nella quale morire è una grande impresa militare, compiuta in segno di fedeltà e amore nei confronti dell’Imperatore. Qualcosa che stupisca i suoi compagni e il signore presso cui presta servizio, in maniera da essere rimpianto.

Gli antichi guerrieri giapponesi non hanno paura della morte perché sono consapevoli di quella che definiscono «impermanenza del mondo». Così si esprime in proposito Hojo Shigetoki: «Si dovrebbe considerare questo mondo come un mondo di sogno che passa in un battere di ciglia». Rincara la dose Ihara Saikaku nella sua raccolta di racconti Del dovere dei guerrieri: «In questo mondo non c’è nulla di tanto evanescente quanto la vita umana». Un altro samurai, vissuto a Kyoto durante il XVI secolo e menzionato da Angela Terzani Staude in Giorni giapponesi, afferma:

I prodi non vivono in eterno,
la loro vita è come il sogno di una notte d’estate.
Anche i guerrieri debbono cadere,
perché sono come lampade al vento

 

Infine, una poesia contenuta nell’antologia Manyôshû («Collezione delle mille foglie»), risalente al principio del IX secolo, recita:

La vita umana, simile è a una barca
che s’allontana all’alba dalla darsena
senza lasciare tracce al suo passare.

 

Il fiore di ciliegio

I samurai, insomma, hanno capito che tutto è transitorio, tutto passa. Tanto è vero che adottano il fiore di ciliegio quale simbolo della caducità dell’esistenza umana. Il nome giapponese della pianta è sakura: non dà frutti, ma fiori, che appena sbocciati già perdono i petali. Rappresentano la purezza, e al tempo stesso la fine improvvisa, perché la loro vita ha una durata brevissima. Fioriscono in primavera, dando vita a un’esplosione improvvisa e velocissima che segna la fine dell’inverno. Così ne parla Will Ferguson nel suo saggio Autostop con Buddha: «A loro sono dedicate feste chiamate hanami («ammirazione del ciliegio in fiore»), la cui tradizione risale al VI secolo ad opera dell’imperatore Jito. Esse segnano come un confine, un cambiamento, l’occasione per guardarsi indietro e proseguire. […] I fiori del ciliegio sono una parte importante del culto giapponese della natura. Sono onnipresenti negli haiku, nelle composizioni dei fiori, nei disegni del kimono. Persino sulle guaine delle spade dei guerrieri samurai sono incisi dei fiori di ciliegio, amaro richiamo alla fugacità della vita da rimirare poco prima di uno sbudellamento».

E come il fiore di ciliegio si stacca dalla pianta, così il guerriero dev’essere pronto a lasciare la propria esistenza, come afferma Ihara Saikaku: «L’uomo gode della prosperità solo per un breve momento, così come i fiori di ciliegio non durano che per breve tempo».

Oltretutto, lo troviamo in parecchie serie animate. Basti pensare alla sigla di apertura di Anna dai capelli rossi, alla vestizione dei cinque giovani guerrieri protagonisti della serie I cinque samurai… e si potrebbe andare avanti per pagine e pagine.

I giapponesi amano la vita proprio a causa della sua precarietà. Per questo hanno sviluppato il culto del godimento momentaneo, del “qui e ora”. Nessuno come loro coltiva i piccoli piaceri quotidiani: la cerimonia del tè, il “rito” del bagno caldo, la comunione con la natura. Una filosofia della transitorietà mutuata dagli insegnamenti buddhisti, che indicano l’autodisciplina come unico modo per raggiungere la purificazione. È questa la Via percorsa dai guerrieri.

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