“Il buon male” – Samanta Schweblin


Voto: 5 stelle / 5

Accade poche volte che io legga un libro appena uscito, ma è estremamente raro che sia di un’autrice che non conosco. Invece con “Il buon male” di Samanta Schweblin è stato un colpo di fulmine dal primo post di lancio di Einaudi sui social network, che lo annunciava per il 17 marzo 2026.

Per impazienza e per abitudine, il giorno stesso dell’uscita l’ho preso in prestito su MLOL, il servizio di prestito interbibliotecario digitale. Ed è stata subito meraviglia dolorosa.

Trama de Il buon male

Gli otto racconti contenuti ne “Il buon male” si muovono come sott’acqua. La scrittrice argentina tocca con sensibilità temi dolorosi come suicidio, malattia, senso di colpa, alcolismo, ma lo fa creando situazioni al limite fra l’onirico e il reale.

Recensione

“Il buon male” segna il passaggio italiano a Einaudi per un’autrice già nota ai lettori Sur, sempre nella traduzione di Maria Nicola.

Sono tutti racconti brevi – per sostenere il dolore – e bellissimi. Ho trovato “L’occhio nella gola” il racconto dall’eco più lunga, probabilmente per sensibilità mia. Per il senso di inesorabilità l’ho sentito affine a “Una cosa piccola, ma buona” di Raymond Carver, contenuto in “Cattedrale” e in “Principianti”. Entrambi parlano degli sviluppi di un incidente accaduto a un bambino; in Carver il punto di vista è dei genitori, in Schweblin è del bambino. Le voci narranti di Samanta Schweblin sono spesso quelle di un bambino: anche quando adulte, sono indifese, miopi, e hanno pensieri tanto semplici quanto disarmanti.

“(…) io faccio sempre domande, è la mia gola che non riesce a formare i suoni. È come se lo spazio di tutta la casa mi entrasse dentro attraverso quel foro. Bisogna poter stringere l’aria perché il silenzio produca un suono, ma io sono talmente aperto che a volte mi confondo: sono dentro o sono fuori?”

Sono voci che assorbono il dolore e lo sgomento. Restano attonite, lasciando il lettore con un frastornante senso di impotenza.

Dunque, tutto è perduto? “Il buon male” è un libro deprimente? No. È un libro che fa pensare alla bellezza collaterale raccontata da David Frankel: alla possibilità di trovare un fioco tepore nel buio che nasconde il nostro passato.

“(…) rimase stupefatta nell’accorgersi che, senza volerlo, era di nuovo in piedi”.

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