“Il castello di ghiaccio” – Tarjei Vesaas

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Voto redazione

5 stelle

Data di pubblicazione

16 Mar, 2022
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Vale la pena scoprire un gioiello della letteratura norvegese: “Il castello di ghiaccio” del 1963 di Tarjei Vesaas, riproposto da Iperborea, la casa editrice milanese che da trentacinque anni fa conoscere al pubblico italiano la letteratura scandinava, islandese, olandese e baltica. Ringraziamo la casa editrice per la copia cartacea in omaggio.

Alzi la mano chi, fatta eccezione per il cosiddetto giallo scandinavo, si orienta nella narrativa nord europea classica e contemporanea.

“Il castello di ghiaccio” è un intenso romanzo, che esplora in punta di piedi l’amicizia tra due bambine di 11 anni. Sono appena entrate nella fase delicata della prima adolescenza, quando si rafforza la ricerca della propria identità fuori dal nucleo familiare.

L’ autore

La produzione di Tarjei Vesaas, che si estende dagli anni Venti agli anni Settanta del secolo scorso, comprende romanzi, racconti, drammi e radiodrammi riconducibili al realismo simbolico. Tre volte candidato al Nobel, con “Il castello di ghiaccio” l’autore si è aggiudicato il Premio del Consiglio Nordico per la Letteratura nel 1964.

Trama de Il castello di ghiaccio

L’esuberante Siss ha finalmente l’occasione di incontrare a quattr’occhi, lontano dai banchi di scuola, la coetanea Unn: bella, intelligente, forte nella sua solitudine perché neoinserita in una piccola comunità rurale del Telemark, a sud della Norvegia.

L’invito a casa di Unn si trasforma in un’esplosione di emozioni per Siss. L’eccitazione di un incontro privilegiato con quella bambina nuova dalla personalità complementare alla sua. La curiosità di condividere lo spazio della sua camera, in una casetta defilata vicino al bosco, luogo di avventura e mistero. La difficoltà di rompere il ghiaccio con le prime confidenze . Un tacito accordo a suggello della loro amicizia.

Poco dopo si verifica una disgrazia che rafforza la comunità e isola Siss. La bambina ignora quanto adulti e compagni cerchino di proteggerla, aiutandola a crescere.

Uno scenario prevalentemente invernale, di prepotente e discreta bellezza, funge sia da specchio, sia da cassa di risonanza della sfera emotiva. Infatti l’epicentro simbolico è una cascata di ghiaccio con cui si misurano tutti i personaggi. Guglie, pinnacoli, merletti, nicchie come una cattedrale gotica. Sembra fatta per resistere in eterno, invece è condannata dalla sua incompiutezza a crollare al disgelo. Sarebbe piaciuta a Gaudì.

Recensione

La divisione in tre blocchi risponde all’esigenza di cristallizzare i momenti chiave della crescita della protagonista.

Per me la rivelazione del romanzo è un paesaggio naturale che buca lo schermo e l’anima. La cascata di ghiaccio dalla forma bizzarra, cui allude il titolo, sprigiona il fascino dell’ambiguità: “spessa e sicura”, “morta e muta”, “spetttacolo che nessuno vede”. Ammalia e fa paura, attira e respinge, accoglie e intrappola. Una fortezza sconosciuta e una fortezza della morte per chi decide di avventurarvisi.

Anche il silenzio è carico di ambivalenza tra timore e pace. Intanto il vento sembra annunciare funesti presagi, in una danza tra visione e percezione che avvolge il lettore. Almeno per me è stato così.

Il paesaggio è accarezzato da una luce inconsueta: risplende per i riflessi sul ghiaccio oppure per la luce opaca del giorno cui il sole si concede a fatica. Eppure non è monocromatico. E poi c’è la neve. Quasi che il bianco, colore senza tinta, riesca a cambiare tono in base a densità e luce.

La natura, pertanto, attestandosi sulla polarità bene e male, protegge e distrugge, cela la dimensione dell’enigma e rivela una profonda spiritualità, senza teologia.

La prosa, segnalo la traduzione dal norvegese di Irene Peroni, si distingue per eleganza, nitore ed elaborata semplicità impreziosita da antitesi e sinestesie.

“Il castello di ghiaccio” è una lettura speciale.

Tarjei Vesaas riesce a dare forma all’immateriale con una narrazione suggestiva, perché talvolta i personaggi sembrano ignari di quello che fanno e di quello che sentono in un paesaggio indimenticabile.

Isabella Fantin

Recensore

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Laurea in Cattolica, docente alle Superiori, vivo a Milano nel tormento della movida e mi rifugio nella pace della Toscana.

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