“Il lungo addio” – Raymond Chandler

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Voto redazione

Data di pubblicazione

24 Mar, 2019
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7

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“Il lungo addio” (1953) fa parte della saga di otto romanzi della scrittore statunitense di noir Raymond Chandler dedicata all’investigatore Philip Marlowe e iniziata nel 1939 con “Il grande sonno”. Dal 1973 è anche un film, diretto dal regista Robert Altman e indicato nel 2008 dalla rivista Empire tra i 500 film più grandi della storia del cinema.


Non c’è trappola più mortale di quella che prepariamo con le nostre stesse mani”

La copertina del romanzo il lungo addio

La trama de Il lungo addio

Philip Marlowe si ritrova interrogato dalla polizia per il suicidio e la confessione di un uomo, Terry Lennox, che in fondo conosceva appena. Terry Lennox dichiara di aver ucciso brutalmente sua moglie, ma proprio mentre il caso sembra chiuso si innesca un nuovo circolo vizioso di morti che lascia più domande che risposte. Tutto accade in una California traboccante di soldi, che il protagonista non può trattenersi dal detestare. Nonostante a ogni passo si penta del suo coinvolgimento emotivo, Pilip Marlowe va ugualmente fino in fondo per onorare quel poco di rapporto che avevano costruito e cercare la verità.

 

Il punto

Raymond Chandler è presentato come padre del genere hard-boiled (in inglese stra-lessato, sodo), o meglio, come colui che lo ha perfezionato. Questo genere lo si ama o lo si odia: è un tipo di poliziesco che indugia nel particolare scabroso, pulp, che prevede che l’investigatore non si limiti a risolvere il caso ma ne resti invischiato, meglio ancora se ci sono brutte storie di soldi, violenza o sesso. L’investigatore hard boiled di Chandler (o, pochi anni prima, di Dashiell Hammet) è un uomo che resta “sodo”, duro di fronte agli inganni intessuti dagli altri personaggi.

Il punto di forza di questo libro è nel linguaggio vivido, mutuato dall’Americano con tutti i suoi phrasal verbs, e in alcune descrizioni molto riuscite come quella del dottor Verringer e delle sue sopracciglia buffe, quasi animate da vita propria. La costruzione dell’intrigo, inoltre, funziona: la lettura procede spedita perché si vuole capire dove si voglia andare a parare.

Il punto di debolezza è che, oggi, in più punti il cinismo de “Il lungo addio” rischia di suonare forzato, gratuito, esagerato, forse ridotto in cliché dalle riproposizioni successive del genere noir, in tutte le salse. Marlowe/Chandler vuole smontare a tutti i costi una realtà già marcia, che cadrebbe anche da sola. Gli piace vincere facile, insomma. Inoltre non si riesce a seguire con immediatezza tutti i dialoghi, ma chissà se questa è una responsabilità della traduzione che ho letto (una Mondadori 1970); molti lettori nelle community ammettono, comunque, di non riuscire sempre a collegare i dialoghi alle reazioni dei personaggi, che a volte appaiono spropositate o piene di sottintesi che al povero, comune mortale, sfuggono. Certo se ne consiglia la lettura in edizioni più giovani, che si avvalgano di una una lingua un po’ più contemporanea e di una traduzione più consapevole.

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Cristina Mosca

Recensore

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moglie, mamma e lettrice bulimica. a 10 anni scrivevo i miei primi racconti. a 14 ho scelto di insegnare inglese. adesso faccio entrambe le cose. credo in quello che non si vede a occhio nudo. tra le mie pubblicazioni: "chissà se verrà alla mia festa" (schena 2005), "e donne infreddolite negli scialli" (schena 2008), "loro non mi vedono" (ianieri 2014), "con la pelle ascolto" (ianieri, 2018). mi piace scrivere in lettere minuscole.

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