“La campana di vetro” – Sylvia Plath

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Voto redazione

Data di pubblicazione

19 Mag, 2020
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7

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La campana di vetro è l’unico romanzo scritto dalla poetessa statunitense Sylvia Plath. Il contenuto del romanzo è fortemente autobiografico, ed è per tale ragione che originariamente venne pubblicato con lo pseudonimo di Victoria Lucas, meno di un mese dalla sua morte avvenuta per suicidio.


Trama di La campana di vetro

Narrato in prima persona, la protagonista è Esther, una brillante studentessa quasi ventenne che inizialmente ripercorre la sua esperienza di praticantato giornalistico a New York, offerto da una rivista di moda. Nonostante i privilegi che caratterizzano l’ambiente che la circonda, il lusso sfrenato, il caos della frenetica New York, Esther non sente nulla, come afferma sin da subito.

“Il silenzio mi fece sentire depressa. Non era il silenzio del silenzio. Era il mio silenzio”

la-campana-di-vetro-copertinaLa depressione subentra definitivamente quando, complice il ritorno a Boston, sua città natìa, apprende di non essere stata ammessa al corso di scrittura a cui tanto aspirava. Dopo la presa di coscienza della schizofrenia, inizia il percorso di riabilitazione di Esther, alternato tra sedute di elettroshock, tentativi di suicidio e ricovero in un istituto di salute mentale.

Il romanzo è ambientato nell’America degli anni Cinquanta, epoca in cui venne scritto, ma risulta incredibilmente attuale e moderno sia per il linguaggio utilizzato che per le tematiche affrontate. La Plath trova il coraggio di raccontare temi che all’epoca erano considerati tabù, come quello della sessualità ma anche dell’omosessualità.

 

Recensione

La scrittrice utilizza un’allegoria per descrivere la condizione in cui versa. La campana di vetro è quella soffocante atmosfera, quella pressione caratterizzata dalle aspettative e dai codici di comportamento imposti dalle istituzioni, come la famiglia, l’università, la società in senso lato. Durante tutto il racconto si susseguono vari flashback che riportano le prime esperienze romantiche di Esther. Da notare che tutti i personaggi maschili – dal dottor Gordon a Buddy, ma anche alcune comparse come gli uomini incontrati durante l’esperienza dello stage – vengono descritti dalla protagonista con un certo velo di disprezzo, poiché impersonificano proprio quell’autoritarismo, la repressione che la Plath vuole denunciare. Se da un lato l’approccio maschilista tipico gli anni Cinquanta oggi appare superato, dall’altro non può negarsi come certi schermi comportamentali siano presenti anche nella società moderna, e le continue battaglie combattute dalle donne ne sono la prova.

Ma la campana di vetro non si limita a questa denuncia femminista, è qualcosa di più. La campana di vetro è l’insieme di stereotipi in cui la protagonista si sente incastrata, come una prigione. E’ una denuncia al sistema, che intrappolava cinquanta anni fa e che, in modo diverso, continua a reprimere oggi. Il dettaglio più interessante ed inquietante del romanzo è che la narratrice, malata di schizofrenia, risulta perfettamente lucida durante tutto il racconto, anche quando affronta il tema della sua malattia. Significativo il passaggio in cui afferma “Se nevrotico vuol dire desiderare contemporaneamente due cose che si escludono a vicenda, allora io sono nevrotica all’ennesima potenza.”, dove non risulta particolarmente difficile immedesimarsi.

Il finale è carico di significato. Lascia ben sperare, difatti il racconto potrebbe essere considerato a lieto fine anche se, come si interroga la protagonista, “chi mi assicura che un giorno la campana di vetro non sarebbe scesa di nuovo, con le sue soffocanti distorsioni”?

Un romanzo impegnativo, che rischia di essere introspettivo. Non per tutti.

Sonia Sciarra

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