“L’inferno su Roma” – Alberto Angela

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Voto redazione

5 stelle

Data di pubblicazione

24 Gen, 2022
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L’immane incendio di Roma del 64 d.C.: Alberto Angela presenta il secondo atto della tragedia, nel volume n. 2 della trilogia di Nerone, “L’inferno su Roma” (HarperCollins Italia, primavera 2021, 431 pagine 19.50 euro).

Il grande incendio ai tempi di Nerone. Dopo il primo volume (“L’ultimo giorno di Roma” pubblicato da HarperCollins Italia a dicembre 2020), si torna nell’Urbe alle prime oscurità del 18 luglio, nel 64 d.C. È l’ultimo giorno di vita della città, allora quasi interamente di legno. Di Alberto Angela abbiamo recensito anche “Cleopatra”.

Ribadito ch’è solo un’antica fake news la volontà incendiaria dell’imperatore – esente invece dalle responsabilità – il paleontologo e geniale divulgatore racconta nel dettaglio quello che nel passato nessuno ha mai descritto compiutamente. Troppe differenze tra i testi di Tacito, di Svetonio e del greco Cassio Dione. All’epoca dell’evento, il primo era solo un bambino, il secondo è venuto alla luce cinque anni dopo, l’ultimo addirittura il secolo appresso.

Alberto (nato a Parigi, nel 1962, figlio d’arte del grande Piero, allora corrispondente RAI) è un testimone che scrive a quasi 1900 anni di distanza, ma si affida alla professionalità ampiamente dimostrata, alla maestria con cui si aggira nella storia ed ai moderni strumenti d’indagine a disposizione.

Una cosa è documentarsi però, altra rendere il fuoco un protagonista autentico; un “essere vivente”, che “si nutre”, “si riproduce”.

La belva si è svegliata, è cresciuta… e si muove in cerca di altro cibo. Come un predatore segue l’odore delle vittime, il fuoco cerca l’ossigeno. A volte si avvita dentro impercettibili correnti d’aria ascensionali e si alza come un cobra”.

Un piccolo lume, un’esile fiammella

Una gran prova di scrittura. Narrativa di classe applicata alla divulgazione, competente ma straordinariamente accessibile. La sua cifra. La sua firma.

Tacito è stato il solo a indicare con precisione il punto in cui l’incendio è scoppiato, la sera di un caldissimo sabato di luglio. Sarebbe il lato del Circo Massimo attiguo ai colli Palatino e Celio, occupato allora da botteghe piene di merci infiammabili. Alberto riprende la localizzazione, convalidata da rilievi archeologici. Confermano la combustione totale della zona, allora piena di costruzioni in gran parte di legno, come il Circo stesso. Angela tiene conto del racconto dello storico narbonese per ricostruire una sequenza di eventi in grado di innescare l’incendio.

Un liberto ubriaco rientra nel suo deposito e tenta di abbrancare la giovane schiava. Il tentativo di divincolarsi della ragazza e i movimenti incontrollati dell’uomo provocano la caduta di una lucerna. Il piccolo lume si schianta al piano di sotto, spargendo l’olio sulle fascine. Sopravvissuta al volo, l’esile fiammella innesca il fuoco. Un quasi niente, dapprima impercettibile, condanna per primo il commerciante, confuso dal vino, poi l’intera città. È iniziata la fine della Roma di Nerone.

Dove si era fermato il primo volume

Seguendo due vigili del fuoco, Vindex e Saturninus, oltre alle testimonianze di Plinio il Vecchio e del futuro imperatore Tito, il primo volume ha illustrato lo scenario. Ne “L’ultimo giorno di Roma”, i lettori sono entrati tra i vicoli della Città Eterna, hanno conosciuto i suoi abitanti, ammirato i monumenti, verificato la grande vulnerabilità agli incendi, che un apparato di vigiles provvedeva a prevenire e affrontare. L’itinerario nell’abitato si è concluso al tramonto.

Il secondo volume si apre alle prime oscurità dell’ultimo giorno di vita della più grande capitale dell’Occidente e di tanti dei suoi abitanti.

Alberto Angela adotta tecniche di “polizia” in questo lavoro. Ha voluto comportarsi come “si fa nelle indagini”. Ha interrogato testimoni (gli autori antichi). Condotto accertamenti sulla scena del crimine (le più recenti conclusioni degli studiosi dopo gli scavi nelle aree dell’incendio). Si è avvalso di perizie, consultando esperti e professionisti.

I Vigili del Fuoco hanno infatti fornito pareri tecnici sui materiali usati per l’edilizia e l’arredamento. Hanno segnalato la caotica geografia urbana dei quartieri. Hanno precisato l’orientamento dei colli e delle valli, che hanno concorso a incanalare il fronte delle fiamme o in altri casi lo hanno arginato.

Nel racconto di Tacito il vento si alza potente, alimentando in modo determinante l’avanzare delle fiamme. E i meteorologi hanno avanzato ipotesi sulle condizioni atmosferiche locali, per capire come possa avere influito il clima di quei giorni estivi.

Archeologi e storici hanno spiegato la conformazione delle strutture del Circo Massimo e di tanti edifici e monumenti dell’antica di Roma. Architetti e arredatori hanno dato indicazioni sui materiali edili e su quelli all’interno delle case romane in quegli anni.

Un taglio efficacemente narrativo

La ricostruzione dell’incendio di Roma procede con un taglio piacevolmente narrativo. I dati vi sono disseminati senza divagazioni o note pedanti. Ogni luogo e monumento è documentato dalle fonti ed ogni persona è davvero vissuta all’epoca dei fatti.
Da Cassio Dione in poi, nessuno si è mai impegnato in un compito analogo. Alberto Angela non ha la pretesa di avere fatto centro perfetto: teme qualche approssimazione, soprattutto negli orari, sia pure in una ricostruzione “scenica” tanto minuziosa. E teme qualche lacuna nelle mappe, che intervallano il testo per aiutare a seguire fisicamente l’incendio. Ma nel complesso il metodo scelto lascia poco all’immaginazione: l’approccio scientifico cerca di essere il più aderente possibile alla realtà. Laddove scarseggiano notizie e informazioni, viene in soccorso la consultazione multidisciplinare degli esperti.

In tutta onestà intellettuale e scientifica, assicura d’avere cercato di definire il quadro più attendibile possibile. Sa bene, comunque, che duemila anni di distanza possono esporre a qualche errore inevitabile. “Ma sarà stato commesso in assoluta buona fede”.

Fabio Massimo

Recensore

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Con Siena nel cuore e il mare sotto i piedi, leggo da bambino e "navigo" con la fantasia ancora più lontano delle rotte sui mari che una volta o l'altra intraprendo per dovere e passione.

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