“L’inglese di Tiziano”- Patrizia Debicke Van Der Noot


Voto: 4 stelle / 5

Che il Rinascimento con le sue inquietudini, contraddizioni, intrighi politici e religiosi sia congeniale alla sensibilità della scrittrice Patrizia Debicke van der Noot lo dimostra ancora una volta il romanzo “L’inglese di Tiziano” in libreria dal 6 aprile 2026. Pubblicato da Corbaccio nel 2010 come “L’uomo dagli occhi glauchi”, viene riproposto da Altrevoci Edizioni con un nuovo titolo e alcune modifiche.

Il terreno di gioco è il Cinquecento segnato dalla frattura religiosa dell’unità spirituale europea. Da un lato luterani, calvinisti, lo scisma di Enrico VIII. Dall’altro la Controriforma promossa dal Concilio di Trento per rafforzare la Chiesa. E, forse, per riportare l’Inghilterra anglicana all’ortodossia.

Ringraziamo l’ufficio stampa Anna Maria Riva e la casa editrice per la copia cartacea ricevuta in omaggio.

Di Patrizia Debicke abbiamo recensito anche “L’enigma del fante di cuori” e “Figlia di re“.

Trama di L’inglese di Tiziano

Nel 1546 la Repubblica di Venezia è impegnata a disinnescare un incidente diplomatico con la Santa Sede. Durante il Carnevale, infatti, un principe della Chiesa ospite del Doge scampa a un attentato. In questa faccenda, delicatissima, sono invischiati un nobile, una cortigiana, misteriosi congiurati e un religioso volatilizzato nel nulla. Le autorità scendono in campo per indagare con l’ausilio dei Signori della Notte, il corpo specializzato di polizia che chiede, interroga, setaccia la rete di informatori e la malavita locale perché il porporato è un pezzo grosso.

È Alessandro Farnese nipote di Paolo III, il papa che ha scomunicato il re d’Inghilterra Enrico VIII e ha appena indetto il Concilio di Trento, la controffensiva cattolica di fronte alle confessioni originate dalla protesta di Lutero. La Serenissima non può tollerare nel suo territorio un’aggressione a un cardinale così in vista. Nel frattempo il Farnese torna a Roma in compagnia di Lord Templeton, inviato della corona inglese che viaggia in incognito.

Ma la vicenda ha origini lontane. Facciamo un passo indietro. Nel prologo conosciamo un professore di Cambridge e quel maledetto inverno destinato a cambiare la sua vita:

Tutto questo ti serva di lezione, non dovrà accadere mai più. Allontana i sentimenti, le emozioni, non dovranno più contare per te. La tua testa dovrà restare lucida sempre, per governare i tuoi atti》

Con uno stacco netto qualche anno dopo a Venezia fa la sua comparsa l’affascinante Lord Templeton che assiste all’agguato contro il cardinale. Poi lo ritroviamo a Roma ospite dello stesso Alessandro Farnese, bello, colto, gran mecenate di cui ha conquistato fiducia e amicizia. Però fino all’ultima pagina serpeggia un interrogativo. Qual è il vero scopo della missione di Lord Templeton? Che la richiesta di farsi ritrarre da Tiziano sia una copertura? Chi trama dietro le quinte con parole sibilline?

《Quando l’uccello lascerà la gabbia, la morte colpirà implacabile per sua mano》

Intorno a lui ruota un mistero sempre più fitto. Il tempo stringe perché un piano diabolico potrebbe cambiare le sorti dell’Europa.

Recensione

“L’inglese di Tiziano” di Patrizia Debicke van der Noot è un romanzo avvincente e solido che conta su parecchi elementi a suo favore. Vediamoli alla spicciolata.

La coppia formata da Lord Templeton e Alessandro Farnese, nel ruolo di coprotagonista, funziona. Sono figure sfaccettate, umanamente imperfette costruite dall’intreccio tra storia e invenzione. Nella città eterna dove potere e peccato sono facce della stessa medaglia, il cardinale non disdegna i piaceri della vita. La missione segreta che spinge in Italia l’aristocratico inglese, lo carica di ambiguità. Un po’ angelo, un po’ diavolo. Nella finzione narrativa è proprio lo sguardo di Tiziano a cogliere l’ambivalenza del personaggio, funzionale alla suspense perché nulla è come sembra. D’altronde sono suoi quei capolavori psicologici del ritratto di Paolo III e del gentiluomo che campeggia in copertina.

Accurati la toponomastica e l’apparato logistico di riferimento. Credibili i dialoghi. Il fiore all’occhiello sono le scene di massa, le descrizioni di interni, costume e società. Patrizia Debicke ama le ricostruzioni paesaggistiche e ambientali insieme alla pittura di cui Tiziano sembra il nume tutelare.

Le contaminazioni tra vero e verosimile, tra ricerca documentale e intrattenimento narrativo si alternano senza forzature in una catena di colpi di scena, avventure, complotti, tradimenti, scoperte. Per il numero di personaggi, il romanzo vanta una dimensione corale. Confabulano nelle stanze del potere, nelle osterie, nei vicoli malfamati. Viaggiano, pronti a un arrivederci o a un addio. Coltivano amicizie pericolose. Apprezzano l’arte, i giochi d’amore, le armi, il denaro. Sono vittime dell’ambizione e del potere che logora chi non ce l’ha. Vivacissime le figure femminili.

Le pagine più suggestive sono dedicate a Venezia e a Roma durante il carnevale, la festa che allenta le differenze sociali in un tripudio collettivo. La festa del perturbante a esorcizzare angosce e paure. Qui se ne vedono di tutti i colori. Baby borseggiatori sfruttati dal racket approfittano della ressa per rubare. Belle mascherine fanno strage di cuori o adescano gli allocchi. Suonatori di trombe, di pifferi, figuranti vestiti da numi dell’Olimpo a fare lazzi e scherzi contro i passanti.

Venezia e Roma

Venezia è colta in tutto il suo splendore. Siamo nel Rinascimento quando le tele di Tiziano Vecellio andavano a ruba e tante feste capitanate dal carnevale animavano la città. Intrattenimenti musicali, spettacoli, balli, banchetti a cui si partecipava mascherati. E per trasgressioni, regolamenti di conti, risse, omicidi, l’anonimato era un bel vantaggio, una cortina fumogena perfetta.

Quando la palla passa al carnevale romano che non era da meno quanto a presenze, iniziative, festeggiamenti, il clima cambia. L’attitudine al carpe diem di fronte alla precarietà della vita fatto di lusso e sfarzo, propri della città lagunare, cede il passo a un’atmosfera caotica, popolare, umbratile. Dietro la spensieratezza di rito, si sprigiona una maggiore inquietudine che è una delle chiavi di volta del romanzo e dell’epoca di riferimento.

Lo dimostra la centralità assegnata a due manifestazioni. La corsa dei cavalli, furibonda e scomposta, nell’attuale via del Corso che tanto piacque anche a Dumas. Ricordate Il conte di Montecristo? Possiamo leggerla come una forma di spettacolarizzazione del pericolo e della morte. La festa dei Moccoletti quando strade e piazze somigliavano a un mare di fiammelle vibranti nel buio a siglare il “funerale” del carnevale prima della quaresima. Infine c’è l’esondazione del Tevere: un monito sulla nostra vulnerabilità quando la natura è matrigna e sul dovere di aiutare i meno fortunati.

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