
“L’inquilina” di Freida McFadden è un thriller Newton Compton tradotto da Carla De Caro e pubblicato ad aprile 2026.
Ringraziamo la casa editrice per la copia digitale ricevuta in omaggio.
Trama de L’inquilina
Blake e Krista vivono in una bella villetta dell’Upper West Side a Manhattan perché lui fa un lavoro figo. Finché non lo perde: viene accusato di aver venduto il progetto di una importante campagna di marketing alla concorrenza. C’è il mutuo da pagare, la povera Krista non vuole perdere tutti i comfort (e la fighezza) di vivere a Manhattan, quindi la villetta non si vende! Si affitta il sottotetto ad una giovane inquilina.
Ma dal momento in cui Whitney si trasferisce, in casa iniziano ad accadere cose strane che fanno dare di matto a Blake. È paranoico? Whitney sta mettendo in pratica il gaslighting?
Recensione
Raccontata così, la storia sembra bella; solo che poi c’è da leggerla.
Credevo di aver letto thriller così e così, di recente, ma questo li supera tutti di parecchie lunghezze.
Scorrevole è scorrevole: si può leggere tranquillamente mentre ci si sta facendo la manicure, il cervello non è necessario sia concentrato solo sulla lettura. Questo potrebbe essere una nota positiva, a voler ben vedere.
Ci sono delle scene che vorrebbero (suppongo, eh) essere simpatiche, ma che – a mio avviso – sono solo forzate. Voglio dire, o scrivi un thriller dai toni comico-rocamboleschi, e ce ne sono, oppure certe situazioni ti fanno solo alzare il sopracciglio.
Per dire: ci si trova con due capitoli dedicati alla morte del pesce rosso, che la coppia aveva adottato per fare pratica di genitorialità. Io non commento, non fatelo nemmeno voi, vi prego. Con tanto di funerale, inumazione e discorso d’addio. Per carità, funzionale alla trama, ma due capitoli interi? Sì, forse per far intendere – se ancora non si fosse capito, ma si era capito – che in tre non ce la facevano ad arrivare al 100%.
E poi pagine e pagine di angherie e dispetti a danno di Blake, con Krista che teme stia impazzendo. Sì, perché la parte iniziale è raccontata in prima persona da Blake, disoccupato prima (non si sa perché non abbia voluto difendersi dall’accusa, forse a NY non si usa), lavoratore interinale depresso poi.
Al 21% circa si capisce già come finirà il libro. Vabbè, direte, c’è da scoprire ancora chi nasconda cosa.
La prima parte termina con un colpo di scena che, pensi, darà una super svolta al racconto; un escamotage molto usato ultimamente, ma che ci stava. Lì avrebbe potuto decollare…
Invece arriva la seconda parte.
Basata su coincidenze che portano la scritta “ASSURDITÀ” sopra. Lampeggiante, pure. E tu pensi: “ma che, Freida, hai davvero pensato che potessimo crederci? Davvero, davvero?”. Perché va bene la sospensione dell’incredulità, però dai… non esageriamo. Quando lo leggerete pensate solo a quanti abitanti ha Manhattan. Ve lo dico io: circa un milione e settecentomila. Ricordatevelo.
Ancora una settantina di pagine di cose già lette nella prima metà, solo raccontate da un altro punto di vista, ma che – tanto – sempre quelle erano.
Poteva chiudere il libro con un centinaio di pagine in meno (ma avrebbe potuto anche non scriverlo, per l’idea che ho io di “un buon thriller”). E invece no.
D’accordo, dovevo avere la conferma di quello che avevo dedotto attorno a pagina 70, o no? E, sempre, se ci arrivo io, significa che la trama è proprio banale.
Dopo la conclusione arriva l’epilogo. Evidentemente – per contratto, altrimenti non si spiega – Frieda doveva presentare un certo numero di battute, perché mancavano giusto dieci fogli di assurdità.
Anche se la mia valutazione non va oltre il 3/10, leggetelo, anche solo per capire la differenza tra un buon romanzo di genere e uno mediocre, dalle poche idee di base e anche banali.
Chiara Carnio



