“Lo sbilico” – Alcide Pierantozzi


Voto: 5 stelle / 5

Con “Lo sbilico” (Einaudi 2025), Alcide Pierantozzi non si limita a consegnare una scrittura confessionale sulla malattia mentale (un disturbo bipolare a rapida ciclicità innestato su uno spettro autistico), ma compie un’operazione squisitamente letteraria: trasforma il delirio in stile. Richiamando la citazione iniziale dal film “Joker” di Todd Phillips (“La parte peggiore di avere una malattia mentale è che le persone si aspettano che ti comporti come se non l’avessi“), il testo rifiuta la cronaca clinica per diventare resistenza verbale. Per l’autore, la mente che vacilla – “lo sbilico” – si cura e si descrive solo attraverso un’architettura di parole esattissima.

Trama di Lo sbilico

La mente di Pierantozzi è abitata da una spaventosa tachipsichia (l’accelerazione incontrollabile del pensiero). Per sopravvivere a questo caos, la scrittura diventa un esercizio di addomesticamento. L’autore raccoglie “lessicari”, inventari di vocaboli assolutizzanti che servono a “mettere il guinzaglio ai pensieri”. La lingua non è un ornamento, ma un dispositivo di contenimento ortopedico.

La prosa vive di una polarità magnetica. Da un lato c’è il freddo rigore del gergo psichiatrico (l’elencazione scientifica di paroxetina, Depakin, Wellbutrin, il definirsi “paziente lucido, vigile, dall’eloquio fluido”); dall’altro, un’accensione visionaria che trasfigura la realtà. È la lingua che permette alle allucinazioni – come le Madonnine azzurre nella fontana o il corpo vissuto come “teatro ipocondriaco” – di farsi poesia tangibile.

La scrittura di Pierantozzi si definisce anche per contrasto. C’è il silenzio tragico del lutto materno, racchiuso nell’immagine della “montata lattea” davanti alla tomba del fratellino Francesco. E c’è la “lingua del diniego” del padre, una figura ribattezzata “Oh” o “Negazionista”, che usa il linguaggio per cancellare: nega l’autismo, la sofferenza e l’orientamento sessuale del figlio. La scrittura nasce proprio per riempire quel vuoto paterno e nominare l’innominato.

Recensione

La straordinaria forza del libro risiede nel fatto che la prosa non mima mai il disordine della follia. Al contrario, il ritmo è controllatissimo e la sintassi è nitida, classica. Questo contrasto stridente genera una prosa profondamente disturbante: l’orrore del vuoto e l’allucinazione vengono vivisezionati con una calma quasi geometrica. Evocando maestri del rigore come Valerio Magrelli e Samuel Beckett, Pierantozzi dimostra che l’unico modo per raccontare l’abisso è farlo con precisione chirurgica, lasciando il lettore spiazzato e senza difese di fronte alla crudezza dei fatti.

Disarmante per il lettore è anche il passaggio in cui, dopo un consulto medico, Alcide commenta: “Ma se un autismo lieve è riuscito a farmi impazzire di dolore, allora quanto soffrono quelli che hanno un autismo grave?”.

In “Lo sbilico”, la letteratura si riappropria della sua funzione più autentica: dare un nome ai propri demoni per non farsene divorare. L’autore ci dimostra che si può abitare il mondo “in contumacia”, ma mai in silenzio. Un’opera necessaria in cui il linguaggio non è lo strumento del racconto, ma il racconto stesso: l’ultima, lucidissima linea di difesa della ragione. Vincitore del Premio Letterario Valle d’Aosta, presente nella cinquina finalista del Premio Campiello e nella dozzina del Premio Strega, Lo sbilico si candida a diventare, a pieno titolo, il caso letterario dell’anno.

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