
Il 29 agosto sbarca in libreria “Mi chiamo Daniele” di Daniele D’Ippolito, un romanzo di formazione doloroso e sincero narrato da chi ha voluto vedere la luce dopo una malattia in giovane età (Armando Editore 2025, 170 p.).
Il libro è vincitore del Bando SIAE 2024, con il sostegno del Mic e di SIAE, nell’ambito del programma “Per Chi Crea”.
Ringraziamo l’ufficio stampa 1A comunicazione e la casa editrice per la copia cartacea ricevuta in omaggio.
Trama di Mi chiamo Daniele
A frequentare i corsi di Lettere Moderne all’Università Roma Tre c’è uno studente che, simbolicamente, è stato battezzato due volte. A dichiararlo con laica riconoscenza nei Ringraziamenti è lui stesso, perché la cesura di un tumore gli ha sdoppiato la vita tra un prima e un dopo. Ecco la sua storia.
Gli piace disegnare. Ha paura delle api. Preferisce il tennis al calcio. Va pazzo per il suo cane. Daniele D’Ippolito è un adolescente come tanti, sospeso in quella terra di mezzo in cui non si è più bambini e non si è ancora ragazzi. Un’età di contraddizioni, incertezze, entusiasmi e promesse, dove la voglia di diventare grandi bisticcia con la paura di crescere.
Il verdetto
Dopo alcune avvisaglie, a 14 anni, la vita gli annuncia che la sua adolescenza avrebbe imboccato una strada in salita, incognite tante, troppe. È arduo accettare la diagnosi di tumore nel tronco encefalico quando credi di disporre di un tempo illimitato e la salute è così scontata da disertare i pensieri. Di colpo il sipario cala sul presente e il domani diventa una parola vuota.
“Ho avuto un tumore. E non voglio che mi guardiate così, d’altronde non è stato un dramma. Sono stati sei mesi ma io, per la maggior parte del tempo, dormivo o stavo rintronato. Non ho sofferto. Ho fatto qualche intervento alla testa, ho rischiato un po’ di volte di morire, eppure non ho mai pensato alla morte. Io volevo solo andare a scuola. Voi oggi mi vedete così, normale, ma io non ero normale. Anzi, forse non lo sono neanche ora e va bene così“
Con disarmante sincerità il romanzo ripercorre tutte le fasi (operazioni, complicanze, terapie, effetti collaterali, ripresa) fino al ritorno al quotidiano con particolare attenzione all’eredità emotiva e fisica della malattia. Oscillando tra passato e presente, la narrazione scava in profondità i ricordi più intensi, dubbi e paure, attesa e speranza, traguardi e delusioni. E, come vedremo malgrado alcune ombre, il suo percorso è diventato un “noi” pieno di luce, affetto, umanità.
Recensione
Sfida. Se c’è una parola ricorrente nelle testimonianze di chi ha affrontato una malattia importante o è costretto a conviverci è proprio questa, insieme al manipolo di termini afferenti il campo militare e motivazionale a suggerire lotta e resilienza. Ma Daniele D’Ippolito, a sorpresa, usa ‘sfida‘ solo due volte e in relazione alla vita che sfida l’individuo con le sue possibilità, sgambetti, schiaffi. Di solito nei memoir a tema accade il contrario. Questa scelta stilistica dimostra equilibrio, pragmatismo, una maturità conquistati troppo in fretta. La sua testimonianza non è sostenuta dall’apparato del guerriero costretto a combattere ad armi impari contro il destino. Nemmeno dall’accettazione della malattia come prova di fede. In queste pagine Dio non c’è o appartiene a una religione ignota all’uomo.
Incontriamo un adolescente che soffre, osserva, giorno dopo giorno si adatta per apprendere daccapo il linguaggio del corpo, della socialità e del suo stare al mondo. Coadiuvato da famigliari, amici, personale medico altamente qualificato, Daniele ha fatto quanto doveva e poteva con fatica e tanta pazienza per riappropriarsi della sua identità. E, durante il calvario della riabilitazione post operatoria mentre i coetanei si inoltravano nel mondo adulto, lui ha fatto un percorso inverso per imparare di nuovo ad essere un ragazzo.
Tra i tasti dolenti c’è l’amicizia, perché confrontarsi con il suo aspetto modificato dalla malattia nell’estraneità di un ospedale richiede un equipaggiamento e una disposizione di spirito che non tutti gli adolescenti possiedono. Qualcuno gli ha voltato le spalle, permettendo a Daniele di individuare gli amici veri.
I gusci si schiusero. Una pupilla beccò per forare una palpebra e la gemella fece altrettanto. Erano impazienti di capire in quale luogo venissero accolte, smaniando, ad ogni angolo degli occhi
La scrittura è fluida e ricca, valorizzata da una versatilità metaforica che attinge a settori diversi. Indossa tecnicismi medici: La noia diventava un’emorragia da arrestare. Si immerge nella botanica: Ho sempre sostenuto l’idea di annaffiarmi i piedi per crescere il più possibile. Le mie radici, invece, s’erano già strozzate con l’acqua. Regredisce allo stadio neonatale di un pulcino impegnato nella schiusa, a sottolineare la rinascita del risveglio dopo un intervento durato un’eternità:
Andrà tutto bene
Fanno da cornice una natura antropomorfizzata, palpitante e viva che prende forma nel ricordo, insieme allo spazio dell’ospedale che per i lungodegenti come lui diventa rifugio e casa perché paradossalmente i pericoli vengono percepiti all’esterno. Tra queste mura dove il tempo segue la clessidra dell’accudimento, dell’attesa, della memoria, la sofferenza si intreccia con le imperfezioni dell’animo umano. Lo sguardo si sofferma sui piccoli pazienti con cui l’autore ha condiviso la degenza e sui loro famigliari. Non è detto che la sofferenza unisca. Di fronte a un figlio che soffre i genitori possono scegliere se barricarsi nel dolore con la rabbia muta di chi ha smesso di cercare un senso oppure abbracciare il prossimo con la presenza silente che anima la solidarietà.
“Mi chiamo Daniele” di Daniele D’Ippolito è un inno alla trasformazione e alla vita attraverso l’esperienza della malattia che permette di capire ciò che conta davvero. Un libro adatto come lettura scolastica per il suo spessore formativo e la genuinità di una narrazione che arriva dritta al cuore.



