“Ognuno muore solo” – Hans Fallada

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Voto redazione

Data di pubblicazione

19 Apr, 2019
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7

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I piccoli uomini di Hans Fallada

Un anno dopo aver firmato la prefazione di “Ognuno muore solo”, Hans Fallada morì. Aveva scritto il suo ultimo libro in solo 24 giorni, due anni dopo aver ricevuto i file relativi a una coppia berlinese, Otto ed Elise, giustiziata per sovversione al partito nazista.


“Qualche lettore troverà forse che in questo libro si muore e si tormenta un po’ troppo. (…) Spesso l’autore si è rammaricato di dover tracciare un quadro così fosco; ma una maggior luce sarebbe stata una menzogna” (Hans Fallada, prefazione all’edizione Einaudi 1955).

Copertina "Ognuno muore solo"

La trama di Ognuno muore solo

Quando scrisse “Ognuno muore solo” (1946) e lo ambientò nella Berino del 1940-42, Hans Fallada era già noto per “E adesso, pover’uomo?”, del 1932 (in originale “Kleiner Mann, was nun?” – klein significa piccolo). Ed è proprio la storia dei “piccoli” che lui continua a raccontare. Otto e Anna Quangel reagiscono alla morte al fronte del loro unico figlio con un’azione per quei tempi sovversiva: disseminare le scalinate dei palazzi di cartoline anonime che chiedono giustizia e incoraggiano alla cospirazione.

“Mettete sabbia nei macchinari, non contribuiamo alla costruzione delle armi”, “Il Führer ha ucciso mio figlio”. Di oltre duecento cartoline distribuite in due anni, solo diciotto non vengono consegnate alla Gestapo, perché alle persone queste cartoline fanno paura. Una inesorabile caccia all’uomo, simile al percorso di uno schiacciasassi.

 

Il punto

Hans Fallada è bravissimo a rendere la profondità psicologica dei personaggi, senza tuttavia sbrodolarsi nell’introspezione. La relazione tra i personaggi, le loro parole e le loro azioni sono un film vivo che restiamo a guardare senza riuscire a fare altro. Gli uomini e le donne di Hans Fallada sono piccoli perché più grande di loro è la Storia: alcuni di loro hanno una piccola, piccolissima dimensione umana e vengono inevitabilmente polverizzati; altri sono grandi e coraggiosi. Loro sanno di poter essere distrutti solo nel corpo. Loro restano.

Le torture, sia psicologiche sia fisiche, pesano tantissimo in tutta la loro nettezza: eppure la narrazione è semplice, lineare, compassionevole ma non stucchevole. Nonostante l’argomento sia impegnativo e l’ambientazione densa, il libro finisce assurdamente per essere un’ottima compagnia, che fa vivere tutti i gradi di sentimento e le sue contraddizioni: sollievo, simpatia, antipatia, rabbia. Disgusto, per i personaggi più meschini; e orgoglio per quelli più umili e insieme dignitosi.

Questo libro è di nuovo sul mercato grazie alla casa editrice Sellerio.

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Cristina Mosca

Recensore

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moglie, mamma e lettrice bulimica. a 10 anni scrivevo i miei primi racconti. a 14 ho scelto di insegnare inglese. adesso faccio entrambe le cose. credo in quello che non si vede a occhio nudo. tra le mie pubblicazioni: "chissà se verrà alla mia festa" (schena 2005), "e donne infreddolite negli scialli" (schena 2008), "loro non mi vedono" (ianieri 2014), "con la pelle ascolto" (ianieri, 2018). mi piace scrivere in lettere minuscole.

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