Analisi del mini-racconto “L’unico sbaglio” – Fredric Brown

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Data di pubblicazione

13 Lug, 2019
fedric brown scrittore americano di racconti brevi
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C’è un mini-racconto di Fredric Brown intitolato L’unico sbaglio. Lo si può leggere a pagina 57 della raccolta I racconti più brevi del mondo pubblicata nel 2005 dall’editore Fahrenheit 451.

Stan Standish si costituì alla polizia. «Ho ucciso un uomo», confessò. «Pensavo che fosse perfetto, il mio delitto, ma ho commesso un errore». Gli chiesero, naturalmente, quale fosse stato il suo errore. «Ho ucciso un uomo», rispose.


L’unico sbaglio: un paradosso concettuale

L’unico sbaglio presenta una struttura circolare. Parte da un’affermazione – o meglio da un’ammissione di colpa – per poi tornare su di essa.

Un uomo uccide un altro uomo. E si costituisce alla polizia, confessando il proprio delitto. Potrebbe essere l’inizio di una storia appartenente al genere noir. Se non fosse per due particolari. Il primo è che, data l’estrema stringatezza, si conclude sul nascere. La seconda è la tecnica impiegata dall’autore in sede di costruzione. Martin Grotjahn, autore del saggio Saper ridere. Psicologia dell’umorismo, pubblicato dall’editore Longanesi nel 1981, la definisce «la tecnica di dire una cosa sensata usando dei nonsensi e di derivare un piacere da questa operazione».

Il senso di questo mini-racconto risiede appunto in un paradosso concettuale. Il delitto commesso da Stan (il cui nome completo suona decisamente bizzarro e fa pensare alla balbuzie) è imperfetto per il fatto stesso di averlo commesso, non per eventuali vizi di forma insiti nell’esecuzione.

Il protagonista è l’unico a parlare nella modalità del discorso diretto. Gli inquirenti sembrano quasi dei semplici curiosi. È Stan che li costringe in un certo senso a chiedergli quale fosse stato il suo errore. Loro lo fanno, ma indirettamente e con una ingenuità certo non consona al loro ruolo di funzionari di polizia. A rendere più grottesca la situazione interviene quel naturalmente, innocuo soltanto in apparenza, che Brown piazza lì con affettata noncuranza, consapevole della sua funzione sarcastica. Sembra quasi di vederlo sorridere mentre lo scrive.

Una tradizione letteraria

A considerarlo con un minimo di attenzione, sembra di poter dire che il mini-racconto di Fredric Brown si inserisce a pieno diritto in una consolidata tradizione letteraria: quella dei racconti, per lo più brevi e brevissimi, giocati su una facezia verbale o un arguto scambio di battute. I protagonisti sono solitamente due persone, una delle quali replica con inaspettata astuzia al motto di un avversario che sperava di metterlo in difficoltà.

Per averne qualche esempio è sufficiente ricorrere al materiale di casa nostra. Due su tutti: la raccolta duecentesca di novelle toscane Novellino e il Decamerone del Boccaccio (difficile non pensare alla splendida novella di Chichibio).

E anche stavolta il cerchio si è chiuso.

 

Sempre di Fredric Brown potete leggere l’analisi di Sentinella o di un mini-racconto ancora più breve!

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Enrico Cantino

Recensore

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Enrico Cantino dovrebbe aver superato la cinquantina, ma non ne è sicuro nemmeno lui. Ha una laurea in materie letterarie, un blog su Tumblr e svariate passioni: i gatti, la scrittura, la lettura, i cartoni animati (giapponesi, in particolare), i "filmacci" come li chiama lui (horror, azione, demenziale, fantascienza, ecc. ma non disdegna qualche pellicola "seria"). Ha pubblicato con Mimesis, casa editrice di Sesto San Giovanni, sei libretti sulle serie animate nipponiche suddivise per generi: robottoni, eroine, guerrieri, sport di squadra, maghette, rapporti di coppia. Può darsi riesca anche a pubblicare qualcos'altro. Adesso vede.

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