Lo sguardo spazia tra lo stendersi ordinato delle gradazioni dei viola, dei gialli, dei verdi, a soppesare sfumature, passando dall’insieme al particolare, ai dettagli.
Adoro i negozi di frutta e verdura; se mal sopporto i centri commerciali, affollati e rumorosi, dove capita di affrettare il passo bramando che la musica sparata possa languire passando ad un altro reparto, qui non avverto la fame d’aria, ingabbiata nel respiro dentro i grandi spazi.
Anzi, come fossi all’aperto, ritrovo l’avvicendarsi delle stagioni: colori che sbiadiscono all’arrivo dell’inverno per esplodere in un tripudio con la ricchezza dell’estate.
Alcuni clienti oggi a frugare nelle cassette, indifferenti l’uno dell’altro, agguantati ai carrelli, avvinghiati alle borse; una fila di persone invece è radunata nella traiettoria che porta alla cassa.
Sono ferma a maneggiare – imprecando – le borsette fornite al distributore: maledette, sembrano incollate. Mi giro, come se cambiare posizione possa aiutarmi nel districarle. E proprio in questo momento avverto una presenza immobile con lo sguardo fisso su di me.
E’ una signora di vecchia fattura; sotto un cappello di paglia, un viso dalla carnagione lattea; una bellezza semplice, solo smitizzata da un abbigliamento sfacciato: maglia a fiori che strepita sulla gonna a quadri. Mi sorride in modo inopportuno. Sono a disagio, mi destabilizza; nessun particolare cui aggrapparmi: non ricordo proprio chi sia questa donna. Dopo l’indugio – cerco affannosamente nella memoria come quando si fruga in modo spazientito per trovare le chiavi dentro la borsa – la resa: si tratta di un’estranea totale.
Quindi, con un filo di sospetto – e sicuramente mi esce una nota artefatta: – Ci conosciamo?
Lei continua a esibire il suo sorriso che non increspa le rughe, anzi sembra spianarle; ha un luccichio nelle pupille, mentre butta la testa all’indietro: – No, no, faccia con calma, poi tocca a me.
Di fronte a una gentilezza che disarma, imbarazzata, ricambio un sorriso che sicuramente risulterà storpio. Non incoraggio ulteriori approcci; lascio cadere il silenzio. Però, mentre scelgo tra i cespi di lattuga, mi sento insoddisfatta. In qualche modo devo ricostruire questo abbozzo di dialogo: vincendo la riservatezza, mi avvicino alla donna intenta a controllare alcune mele che sembrano uscite dalla fiaba di Biancaneve. La tocco su una spalla, ma leggermente, quasi possa risultare un gesto da giustificare come involontario. Scelgo parole da passare con cautela come stessi cospirando: – Mi scusi, ma siamo così poco abituati alle persone che sorridono.
Lei scuote la testa e, sbarazzandosi di ogni formalità, avvicinandosi con tono confidenziale, pacato, senza sfida né presunzione, risponde con una voce cantilenante: – Siamo prigionieri dentro la nostra bolla. E il tempo vola via. Senza sorrisi.
Aspetto una continuazione che non arriva.
Cosa dire? Non c’è risposta che tenga.
Mi allontano; mentre sto spostando il carrello sento una musica di sottofondo.
Poi la vedo: è lì, in fondo al reparto dove il sole, appena ostacolato dai finestroni, tagliato dalle tapparelle, ha gioco facile nel dividere le cassette in tante strisce variegate.
E’ lei che sta cantando una vecchia canzone; il movimento delle labbra appena accennato, trabocca purezza, distratta e svagata. E’ grazia e poesia.
E’ libera. Di sorridere, parlare, cantare. Sembra provenire da un altro mondo.
Un cliente si ferma, la osserva, fa un un cenno a significare che qualche rotella di sicuro manca, guarda me cercando condivisione per quella compassione provata: non l’avrà. Non potrà sciupare la mia convinzione che nella vita degli altri sia necessario entrare in punta di piedi.
Mentre mi avvicino alla cassa, mi ritrovo a sorridere anch’io, così, senza un motivo; ogni tanto lancio un’occhiata a quella donna assorbita dal suo soliloquio canterino che ignora gli sguardi e sprigiona energia. Col solito sorriso stampato, si muove senza fretta, le mani accompagnano le note con distratta leggerezza, come lei non si trovasse qui tra zucchine e melanzane.
E così me la immagino scalza, coi piedi che danzano in mezzo ai papaveri, tra le pietre, o sulla sabbia, la vedo scavalcare steccati.
Pronta ad allontanare sempre più il genere di conversazione con persone risentite, predisposte a blaterare monologhi, a navigare tra sentimenti biliosi, a rovesciare grumi di risentimento, a sciorinare commenti inconsistenti, a gridare più forte, provo un’istintiva simpatia di fronte a chi parla una lingua diversa.
Non so chi sia questa donna, ma penso sia confortante costruirsi i dettagli di una persona, completare una storia anche con una specie di garza sugli occhi.
Senza aver la pretesa di sovraccaricare di significati un breve incontro, finito in fretta, un momento come un altro di quelli che capitano a volte, mi sento investita da una contagiosa leggerezza.
Sì, può capitare di riconciliarsi momentaneamente con la vita, grazie a qualcuno che sorride in un negozio di frutta nell’inedia di una giornata d’estate.



