
Il costume teatrale non è un abito. Nemmeno un travestimento. È una metafora funzionale alla psicologia del personaggio che abita una realtà parallela. Una reinterpretazione visiva in cui convergono rito e invenzione poetica. Sembra questa la premessa a sostegno di “Controstoria del costume teatrale” del costumista e scenografo Emilio Ortu Lieto, in libreria dal 28 settembre 2025 (NepEditore, 312 p.).
Ringraziamo la casa editrice per la copia digitale ricevuta in omaggio.
Trama di Controstoria del costume teatrale
Nell’antica Grecia l’attore tragico indossa quanto di più lontano dalla quotidianità a fini simbolici e comunicativi. Pensiamo all’altezza delle calzature o alle maschere dall’acconciatura particolare. Servivano non solo a ingrandirne la sagoma, ma a elevarla dalla finitezza umana. Annullate fisicità e identità, l’attore viene proiettato in una dimensione straordinaria in cui rito e mito si fondono. Secondo questa prospettiva risultava fondamentale la scelta del colore, che prima di farsi materia è un concetto. Ecco il bianco e il grigio a evocare eventi luttuosi, il porpora abbinato al potere, il giallo caro a Dioniso. Tornando alla maschera, nella commedia attica contribuiva alla deformazione grottesca del personaggio.
La maschera mantiene la sua caratura simbolica anche nel teatro latino, che romanizza il modello greco con un’emulazione creativa. Il risultato è la valorizzazione dell’aspetto ludico rispetto a quello catartico. Anche a Roma le sorprese sono tante. Sapevate che togliersi la maschera di fronte al pubblico era la più grande umiliazione per un attore? Ciò detto, i costumi della tragedia e della commedia di argomento romano continuano a mantenere la loro capacità di astrazione.
Il circo
A proposito di teatro nel primo impero globalizzato della storia, il discorso si estende al circo, instrumentum regni per eccellenza. Quando si parla di abiti di scena, infatti, è impossibile delimitare un confine tra rito, teatro, spettacolo. L’abbigliamento ‘circense’ rispondeva a una duplice necessità. Rendere riconoscibile l’identità etnica del singolo o del gruppo nell’arena per facilitare le tifoserie. Garantire la spettacolarità grazie a colore, forme, dimensioni.
Nel Medioevo il testimone passa all’istrione. Il teatro alla maniera greca e latina non esiste più. Che sia musico, cantore, poeta, menestrello. O ancora mimo, danzatore, giocoliere è sempre un outsider. Un deviante. Condannato al nomadismo, povero, senza diritti. Socialmente accettato nel tempo sospeso della festa. Da qui la necessità di marcare la marginalizzazione con una veste specifica:
“Il giullare costruirà con cura nei secoli il suo costume con il fine di evocare la teatralità, la diversità, il diabolico, il matto, la follia“
Una seconda pelle poetica e simbolica, variamente declinata. La grande innovazione è il taglio dei tessuti a generare bicromie e policromie evocative.
Nel Rinascimento il monopolio culturale della Chiesa si allenta e le rappresentazioni subiscono un’impennata concomitante all’affermazione di signorie e principati. Le corti gareggiano in sfarzo e intrattenimento. Due le new entry: i Trionfi e la Commedia dell’arte. I primi sono una processione di attori e figuranti che sfilano a piedi o sui carri. Avete presente il carnevale? Nella seconda il costume è dominante per cristallizzare il ruolo:
“La Commedia all’italiana ha il coraggio di compiere una grande astrazione. Quella di affermare che i personaggi in fondo sono sempre gli stessi“
In questo orizzonte di riteatralizzazione, l’intero teatro fiorisce. E l’invenzione della stampa ci permette di conoscere in modo organico spazi, fondali, attori, abiti di scena e quant’altro.
Dal Barocco alle Neoavanguardie
A seguire il Seicento, secolo del Teatro per antonomasia. Il Barocco non ha fatto della spettacolarità la sua cifra distintiva? In controtendenza rispetto al Quattro-Cinquecento, il teatro diventa instrumentum regni della Chiesa, rafforzata dalla spinta controriformista. Tra sacro e profano, è tutto un rincorrersi di processioni, tornei, giostre, sfilate di carri allegorici, rappresentazioni nei teatri elitari delle corti. Quanto a invenzione, astrazione, meraviglia, il livello artistico degli allestimenti è altissimo. Il costumista diventa un professionista del settore. Nel Settecento assistiamo a un’inversione di marcia nel rapporto teatro-realtà che investe gli abiti di scena. Perché se è vero che il gusto Barocco tendeva all’esasperazione teatrale della realtà. È altrettanto vero che nel Secolo dei Lumi era l’abbigliamento quotidiano di happy few a ispirarsi al teatro. Ma i costumi per il palcoscenico e quelli per la vita vera continuano a obbedire a una logica diversa.
Nell’Ottocento la cultura borghese impone il paradigma di una maggiore aderenza al vero. Ciò determina la nascita dei primi costumi storici. Ma lo slancio verso l’astrazione e l’assoluto non si spegne. Lo testimonia il tutù creato appositamente per la danza classica, uno dei vessilli del Romanticismo. Il costume teatrale del Novecento – secolo vulcanico, innovativo, policentrico – si evolve in chiave antinaturalistica nel segno di una ricerca e sperimentazione ad oggi in difficoltà:
“La sensazione di chi scrive è che negli ultimissimi anni il teatro nazionale stia andando contro la sua storia ed essenza verso linguaggi banalmente prefabbricati e televisivi. E che ci sia una perdita della sua carica artistica, eversiva, poetica e spiritual-catartica“
In coda compaiono gli interventi di Sybille Ulsammer e Franca Squarciapino dedicati a due leggende della scenografia: Luigi Sapelli, noto con lo pseudonimo di Caramba ed Ezio Frigerio, il Mago. Chiude la carrellata una galleria di foto e bozzetti di costumi – eclettici, visionari, di alta sartoria – che cede la parola all’immagine.
Recensione
Denso, ambizioso, scorrevole, il volume si propone di ricostruire con un approccio multidisciplinare la storia del costume teatrale dall’antica Grecia alle neoavanguardie del secondo Novecento. E di sottolineare la sua distanza simbolica dalla quotidianità. Ridimensionato il taglio antropologico, lo sguardo è quello di uno specialista che, sulla scia di Aristotele, riconosce al teatro il fine profondo di avvicinare le parti sacre dell’uomo.
“Controstoria del costume teatrale” è un saggio interessante per molti, ma non per tutti. Astenersi superficiali, seguaci di Netflix, quanti ritengono che il teatro sia roba vecchia. Il libro ricorda sia un volume illustrato, sia un memoir fotografico. Testo e immagini si integrano e alternano nel condurre la trattazione che ha una marcata componente autobiografica. Un corredo iconografico ricchissimo a colori, spesso a pagina intera, dà un volto all’argomento che prende vita sotto i nostri occhi.
Ci sono affreschi, pitture vascolari, dipinti, stampe, disegni preparatori. Si susseguono immagini di edifici teatrali, attori, costumi, allestimenti, frame di celebri interpretazioni. La disamina tocca in modo conciso storia, costume, società. Non dimentica filosofi e teorici che si sono interrogati sullo spirito della rappresentazione attraverso il costume di scena.
Quanto alla galleria iconografica, spicca il sincretismo di fogge, colori, dimensioni, materia, richiami culturali, echi di un altrove tra passato, presente, futuro. Alcuni costumi sono strepitosi, non solo dal punto di vista estetico. Racchiudono un mondo, un’anima, un linguaggio che meritano di essere ascoltati.
Nella società dalla spettacolarizzazione pervasiva – votata a negare l’essenza stessa del teatro di cui il costume è una componente fondamentale – “Controstoria del costume teatrale” di Emilio Ortu Lieto è il libro giusto da leggere e regalare.
L’autore
Emilio Ortu Lieto, nato a Cagliari e formatosi a Venezia, è uno scenografo e costumista di alta formazione. Apprezzato e richiesto nelle più importanti produzioni per la lirica, la prosa, la danza, il teatro di figura e per il cinema da 35 anni. Ha collaborato con premi Oscar e nomi celebri internazionali del teatro.



