“Emanuele nella battaglia” – Daniele Vicari

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Voto redazione

Data di pubblicazione

28 Dic, 2019
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7

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Il 26 marzo 2017 Emanuele Morganti, un ventenne di Tecchiena (FR), è stato pestato a morte all’uscita di una discoteca di Alatri per ragioni che sono tuttora in corso di accertamento e che probabilmente non ci sono. Un caso sostanzialmente ancora aperto e all’attenzione della cronaca. Il regista Daniele Vicari conosceva questo ragazzo e a ottobre 2019 ha pubblicato il romanzo “Emanuele nella battaglia” per Einaudi editore, il suo esordio nella narrativa.


Trama di Emanuele nella battaglia

copertina emanuele nella battagliaSiamo introdotti in casa Morganti poche ore prima che Emanuele esca per andare in discoteca. Conosciamo la sua famiglia come se stessimo guardando un film: dialoghi veloci, le solite raccomandazioni, un’introduzione efficace di tutti i personaggi. Siamo uno di loro. E restiamo uno di loro mentre il romanzo continua, alternando la narrazione in terza persona alla narrazione in prima quando l’autore interviene con riflessioni e backstage. Assistiamo così, impotenti, al susseguirsi delle notizie, ai dolori e a dinamiche fin troppo note come l’ondata mediatica che assale una famiglia già travolta dal lutto. La narrazione ci accompagna fino all’inizio del processo, con la struttura di un romanzo giallo in cui l’utilizzo dei telefonini, delle App di registrazione e dei motori di ricerca ci rende tutti potenziali Sherlock Holmes, a caccia di una giustizia personale.

Recensione

Questo libro è fruibile anche da chi in genere non si appassiona al genere documentaristico o legato a fatti di cronaca, semplicemente perché non è un mero documentario. Si avvale, sì, dei suoi strumenti – c’è una sitografia molto ricca, anche link di videointerviste – ma è definibile romanzo perché in molti casi l’autore ha dovuto compiere delle scelte e sforzi di immaginazione per ricostruire determinati momenti.

“Dunque, mi chiedo, come posso io raccontare questo dolore mortale? (…) posso sentirmi autorizzato solo a lambirlo”

La lettura procede incalzante, anche perché Vicari non si sofferma sulla nuda cronaca ma propone spunti per una riflessione molto profonda e contemporanea. La scrittura è svelta e coinvolgente, con delle immagini stilistiche decisamente efficaci.

“E sono proprio questi piccoli tempi morti che, a volte, cambiano l’esistenza (…) in una impercettibile emorragia di tempo speso per una stupida buccia di limone.”

Un conto è assistere alla profusione di commenti su Facebook, un conto è sentirsi oggetto di quei commenti, spesso arroganti, frettolosi, inadeguati. Grazie al punto di vista scelto, percepiamo anche noi un’invasione nella privacy e iniziamo a farci l’esame di coscienza su quante volte siamo stati leggeri in vicende che non ci riguardavano. Ci domandiamo quante volte abbiamo lasciato che qualcosa accadesse, senza intervenire. Ci ricordiamo che non siamo invisibili e che i movimenti che facciamo hanno lo stesso peso di quelli che scegliamo di non fare. “Nessun uomo è un’isola”, recitava John Donne: “siamo parte dell’intero”.

L’autore.

«Dopo il primo impatto mediatico, la vicenda si è sgonfiata – ha raccontato Daniele Vicari in occasione della presentazione del libro a Pescara, organizzata dall’associazione Movimentazioni e ospitata nella Libreria Primo Moroni il 16 dicembre 2019– allora ho ritenuto necessario fissare queste dinamiche all’origine, ponendo anche in discussione il mio mestiere. Mi sono chiesto quanta responsabilità abbiano i media in episodi di violenza come questo, quando diffondono l’immagine eroica di un criminale. Chi ha ucciso Emanuele lo ha fatto, probabilmente, per ribadire un potere di quartiere, perché pensiamo che il ragazzo non abbia capito, fino all’ultimo, chi lo stesse picchiando e nemmeno perché. Era un ragazzo pulito, fuori da qualsiasi giro ambiguo. Non beveva nemmeno, per paura che gli ritirassero la licenza di caccia, sua grande passione. Di quella sera sappiamo solo che ha lottato fino alla fine, nella battaglia, e che di quattrocento persone nessuno ha telefonato alle forze dell’ordine e solo una è intervenuto nel tentativo di aiutarlo»

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Cristina Mosca

Recensore

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moglie, mamma e lettrice bulimica. a 10 anni scrivevo i miei primi racconti. a 14 ho scelto di insegnare inglese. adesso faccio entrambe le cose. credo in quello che non si vede a occhio nudo. tra le mie pubblicazioni: "chissà se verrà alla mia festa" (schena 2005), "e donne infreddolite negli scialli" (schena 2008), "loro non mi vedono" (ianieri 2014), "con la pelle ascolto" (ianieri, 2018). mi piace scrivere in lettere minuscole.

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