
“Il giardino dei fiori infelici” di Nicola Lucchi, in libreria da oggi 11 febbraio, si è aggiudicato il Premio nazionale di narrativa Neo Edizioni 2025 (Neo Edizioni 2026, 180 p.). È un libro anticonvenzionale, dalla forte personalità che attinge al giallo, al sovrannaturale, alla favola nera. Parla di colpa e responsabilità, del silenzio complice del Male e del mistero del Male in una valle alpina dove miseria, solitudine, violenza sono facce della stessa medaglia.
Ringraziamo la casa editrice per la copia digitale ricevuta in omaggio.
Trama de Il giardino dei fiori infelici
Quando viene arrestato con un’accusa infamante, la più atroce, Lucas non oppone resistenza, non dichiara la sua estraneità e nemmeno tenta di sottrarsi alla giustizia. Fin dalla nascita la sua vita si è svolta nel segno del “non” in termini di essere e avere. Sono tante le mancanze ricevute in sorte – emozioni, sentimenti, affetti, cose -, tra cui il riso e il pianto, le manifestazioni che permettono all’uomo di entrare in contatto emotivo con i suoi simili. Perché lui non sa sorridere e ignora le lacrime. Ha sempre saputo di essere diverso, come sua madre, considerata la matta del paese:
“È colpa di quell’ombra se Lucas è diventato quel che è diventato, mica di nostro Signore. È quell’ombra nutrita a paura che l’ha schiacciato nel buio fin dalla culla. Lo pensavano tutti che non avrei dovuto mettere al mondo quel figlio“
Quanto alle vittime, il giovane ottiene dalle autorità di parlare in esclusiva con don Raffaele nel corso di una via Crucis tra i boschi dove si impegna a far ritrovare i corpi. Resta un’unica domanda a inchiodare il lettore dalla prima all’ultima pagina: perché ha ucciso dei bambini?
Recensione
Nell’incipit de “Il giardino dei fiori infelici” è già accaduto tutto (omicidi, arresto del reo confesso, verdetto), perciò in scena compaiono le conseguenze di eventi trascorsi che non conosciamo. Il romanzo parte da qui per raccontare a ritroso una storia cupa, senza eufemismi, senza la mitologia del mostro o la retorica degli ultimi, dei diseredati, degli oppressi. È custodita da un ciliegio, una pianta ricorrente nella simbologia cristiana a cominciare dal rosso del frutto, che sembra annullare la linea tra la vita e la morte, uno dei leitmotiv della vicenda.
Con svolte narrative sorprendenti e nulla di scontato, Nicola Lucchi convoglia le aspettative del pubblico sul movente e sulla scoperta graduale di un orrore generato a catena da un altro, di orrore. Il risultato è un work in progress morale dal ritmo incalzante.
I duellanti
La camminata con il religioso diventa sfida. Si presta alla confessione, ma si irrigidisce nel silenzio e nel confronto verbale; si incaglia sui grandi perché della vita, sulle sfaccettature del Male che non sempre porta con sé il rimorso e l’urgenza dell’espiazione. Due mondi si fronteggiano. È giusto scendere a patti, ascoltare un assassino? Perché non sbatterlo in galera e buttare via la chiave? È questo il sentire comune.
Forse il peccato è necessario affinché Dio dimostri la sua misericordia; di innocenti non ne ha mai incontrati: ragiona così Lucas. Nel suo apparente cinismo ricorda quelli che Foucault chiama ‘specchi rotti dell’umanità’. È blasfemo e arrogante agli occhi del parroco, “un don Abbondio che scansava i sassi lungo il suo cammino“, che fatica a stargli dietro in un progressivo rovesciamento dei rapporti di forza:
“Che cos’è il male?» domandò mio figlio all’ombra del pioppo.
«L’assenza di bene» rispose don Raffaele.
«Sta ancora giocando con le parole».
«L’assenza di Dio».
«Intende dire che quando il male predomina è come se ci fosse un buco, uno spazio vuoto in cui Dio non è presente?»
«Intendo dire che quando compiamo il male cacciamo Dio
dal nostro cuore. Senza Dio, si finisce inevitabilmente a compiere
il male».
«E come si manifesta il male, allora?»
Ce ne sono di modi, dovette pensare don Raffaele, ma non gliene veniva nessuno migliore di quello che si trovava davanti, e perciò, guardando i due appuntati scavare, forse provò a immaginare
qualcosa che potesse condurre quel giovane a riflettere sulle azioni del mondo, e di conseguenza sulle proprie“
In un climax di tensione repressa, modulata in coppia sullo scavo e sul ricordo, affiora l’orrore di verità negate che estende la rosa degli interlocutori alla comunità, rabbiosa e chiusa nei confini delle sue miserie.
Alle radici del male
Ricca di echi biblici, simbolici e quel tanto che basta di discorsi indiretti liberi, ne “Il giardino dei fiori infelici” la scrittura ha un passo di marcia lapidario, crudo, inevitabile sostenuto dai primi piani a frazionare la scena, i volti, il corpo. Ma i cadaveri dei piccoli innocenti sono risparmiati dalla perifrasi, un atto di pietà delle parole:
“Lo sbirro grasso iniziò a strillare, invasato. Agitò le mani nell’aria dando ordini a casaccio. Incespicò in una radice, tanto era agitato, e cadde tra le foglie. I suoi uomini dovevano darsi una mossa. Dovevano estirpare dal bosco ciò che al bosco non apparteneva“
Mentre Lucas e don Raffaele avanzano fino a raggiungere l’abisso fisico e metaforico di una grotta, vengono centellinati i dettagli di un dramma famigliare che parte da lontano, in una valle senza conforto e dolcezza, per usare le parole che Carlo Levi ritaglia per l’entroterra lucano. Siamo in un luogo senza nome dimenticato da Dio, dove nemmeno la Chiesa e la Legge riusciranno ad avere l’ultima parola.
Per il ruolo di narratore, viene ingaggiata la mamma di Lucas. Assiste al suo arresto a distanza, dalla cornice di una finestra quasi si trovasse sul limitare di qualcosa, nè dentro nè fuori rispetto al gruppo come accadeva alle streghe, alle donne sole e belle, alle pazze. È una presenza convincente e viva che porta sulle spalle gran parte del carico emotivo.
Il figlio invece con la sua condotta ha oltrepassato da tempo un’altra soglia, quella dell’umanità. Oppure no? Come un refrain, la ricerca di un orizzonte di senso scandisce un capitolo dietro l’altro.
Apolidi dell’esistenza, madre e figlio sono vincolati da un rapporto viscerale di cui sentiamo l’intensità, la solitudine, la disperazione e l’amore. “Il giardino dei fiori infelici” di Nicola Lucchi è un romanzo bellissimo.
Scrittore, sceneggiatore, cinefilo
Nicola Lucchi lavora come sceneggiatore ed è autore di romanzi e saggi. Appassionato di storia di Hollywood, scrive di cinema per varie riviste specializzate ed è autore del volume “Il sogno del cinema. La mia vita, un film alla volta”, autobiografia del direttore della fotografia Dante Spinotti edita da La Nave di Teseo.



