“L’implacabile” – Alice Campbell


Voto: 4 stelle / 5

C’è una new entry nella Collana Vintage, Edizioni Le Assassine, dedicata alle pioniere della letteratura gialla. Alcune sono cadute nell’oblio, altre continuano ad appassionare i lettori perché la polvere del tempo le ha rese solo più preziose. Diamo il benvenuto a “L’implacabile”(Juggernaut) di Alice Campbell che a distanza di un secolo dalla pubblicazione nel 1928 ha mantenuto intatto il suo smalto (Edizione Le Assassine 2024, traduzione di Simonetta Badioli, 462 p.).

Ringraziamo l’agenzia 1A comunicazione e la casa editrice per la copia cartacea ricevuta in omaggio.

Trama di L’implacabile

Cannes, febbraio 1928

È facile innamorarsi della Costa Azzurra per la giovane infermiera Esther Rowe abituata alla modernità e al clima newyorchese. La Grande Mela, d’inverno, è nota per le temperature rigide, il vento, la neve. Niente a che vedere con l’appeal della Costa Azzurra addolcita anche nei mesi più freddi dal clima mediterraneo e l’oro delle mimose. Senza contare il fascino esercitato dalle bancarelle abbarbicate nei vicoli del centro storico che gareggia con il glamour delle aree residenziali e locali per ricchi annoiati o cacciatori di dote.

Così, dopo aver terminato l’incarico di accompagnare a Cannes una paziente, questa ragazza d’oltreoceano decide di prolungare il soggiorno in Francia. A spingerla è l’entusiasmo di cogliere un’occasione unica. Quando le capiterà di tornare nel Vecchio Continente?

L’occasione è un annuncio del dottor Gregory Sartorius in cerca di una giovane assistente inglese:

“Era un uomo gigantesco! Fu quello il suo primo pensiero quando lui si fermò a scrutarla dalla soglia. Di costituzione robusta e piuttosto sgraziato, era lento e goffo nei movimenti. Aveva la postura curva tipica degli studiosi, la carnagione olivastra e opaca, lo sguardo freddo e impersonale. La fronte sfuggente, che terminava sulla testa calva, aveva una forma curiosamente piatta”

Il nuovo compito sembra allettante: accudire sotto la supervisione del medico un anziano imprenditore che vive nel quartiere più esclusivo di Cannes, dove il jet set era solito svernare a partire dal secondo Ottocento.

Il mistero prende forma quando Esther intuisce i retroscena, le crepe, gli inganni di un complesso ménage famigliare dove il dottor Sartorius troneggia in forza del suo ruolo.

Quando il paziente muore, la vicenda sprigiona bagliori sinistri.

“Improvvisamente la terribile verità la travolse come un macigno. Ma, strano a dirsi, aveva l’impressione di averlo saputo fin da principio. Come aveva fatto a non vedere? Tutto combaciava come tessere di un puzzle inserite al loro posto. Era tutto chiaro adesso: comprendeva l’intero disegno, così semplice e naturale, e così diabolicamente astuto. Sciocca, era stata proprio una sciocca”

L’infermiera inizia a coltivare il dubbio che il decesso non sia avvenuto per cause naturali. Al suo occhio clinico non sono sfuggite alcune incongruenze e si è imbattuta in un errore fatale. Forse la firma dell’assassino. Ma la divora anche il dubbio si tratti di suggestione, fantasie prive di fondamento poiché ogni dettaglio si presta a una lettura doppia.

Recensione

Cinefili all’appello. Nessuno meglio di Boris Karloff avrebbe potuto interpretare il dottor Sartorius nella trasposizione cinematografica del 1936. È lui il mattatore del romanzo. Fisico imponente. Aggressività trattenuta. Una figura indecifrabile che aleggia soprattutto in assenza. Un convitato di pietra dai tratti lombrosiani.

Sul versante rosa, si staglia una dark lady che sarebbe piaciuta a Chandler e a Simenon: bellezza algida e al contempo volgare, in bilico tra autocontrollo ed emotività. Lo sguardo di Alice Campbell indugia su particolari seduttivi, sfuma gesti e voce come si addice a un noir. Cattura ogni espressione facciale, chiudendo il campo sugli occhi di ghiaccio e la piega delle labbra.

Benché sola e senza agganci in un Paese straniero, la protagonista Esther è indipendente e determinata. Tanto da ritagliarsi un ruolo più attivo rispetto alle eroine in pericolo che popolano il poliziesco del primo Novecento, salvate dal maschio di turno.

Che dire del cromatismo a contrasto degli abiti? Di un bianco candido la divisa da infermiera a evocare la luce, l’ordine, l’attitudine alla cura. Mentre il nero, che avvolge la femme fatale con la morbidezza della moda degli anni Trenta, fa pensare all’eleganza, al mistero, al buio della morte.

Fin dalle prime pagine incombe la sensazione di una disgrazia imminente che le prolessi non fanno che ingigantire. La narrazione affida ai dialoghi e al monologo interiore il compito di mostrare le leve emotive che alimentano o depotenziano il tarlo del sospetto. Ben costruita la progressione psicologica della suspense perché il lettore vive il dubbio attraverso la soggettività di Esther in un climax ascendente.

“L’implacabile” di Alice Campbell è un giallo dall’atmosfera retro che anticipa le ombre hitchcockiane dello psicologismo femminile e le schermaglie verbali proposte dalla commedia sofisticata americana. Fa da cornice un’estetica della Costa Azzurra, fredda, claustrofobica, decadente che riflette la spirale del male e della miseria morale. Da leggere.

Suffragetta e scrittrice

Alice Ormond Campbell (1887-1955) nasce in Georgia da una famiglia socialmente molto in vista. Trasferitasi a New York, nemmeno ventenne abbraccia il socialismo e diventa una suffragetta. In seguito parte per Parigi dove sposa l’agente teatrale, scrittore e sceneggiatore statunitense James Lawrence Campbell. Nel corso della sua carriera è autrice di ben diciannove romanzi gialli. Fu uno dei primi membri del leggendario Detection Club, un club inglese di famosi scrittori di polizieschi come Agatha Christie e John Dickson Carr. Se date un’occhiata, scoprirete che è ancora attivo.

Isabella Fantin

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