“L’ultima amante di Hachiko” – Banana Yoshimoto

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Voto redazione

Data di pubblicazione

1 Mar, 2020
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7

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Nel 1999 Feltrinelli pubblicava “L’ultima amante di Hachiko”, a circa dieci anni dal successo di “Kitchen”. Tradotto da Alessandro Giovanni Gerevini, che qui è anche un cameo, il libro è un romanzo di formazione e parla di addii e accettazione.


copertina banana yoshimotoTrama di L’ultima amante di Hachiko

In “L’ultima amante di Hachiko” la giovanissima protagonista Mao sa bene, grazie a una profezia, che il ragazzo di cui è innamorata la lascerà. Si chiama Hachi (il suffisso -ko esprime famigliarità, è una sorta di vezzeggiativo) e ha deciso di isolarsi in ritiro spirituale. Quando si innamorano, Mao capisce che il fatto che questo amore sia a tempo determinato lo rende, in fondo, perfetto. Ma non basta ad arginare la malinconia…

Recensione

Chi si approccia a Banana Yoshimoto deve mettere in conto che lo stile potrebbe non piacere. La narrazione è semplice e rapida come delle pennellate calligrafiche e non è detto che includa una introspezione soddisfacente nei personaggi. Non è detto che le sue storie “prendano”. Le trovo sempre interessanti perché sono permeate di quello spirito di rassegnazione e accettazione che caratterizzano la filosofia orientale e affascina gli occidentali. Anzi, da questo punto di vista il romanzo è anche fuori le righe, perché la sua protagonista non accetta per niente la sua situazione famigliare di partenza. La nonna e la madre gestiscono una comunità dell’amore e Mao lascia la comunità: da questo punto di vista è una sovversiva. Siccome, però, lascia una casa dell’amore per andare a fare l’amore in un’altra casa, potremmo dire, giocando, che buon sangue non mente.

A ogni modo, non c’è alcun tipo di malizia nel modo in cui vengono vissuti e proposti i rapporti relazionali. Le persone si avvicinano e si allontanano come foglie trascinate per caso dalla stessa folata di vento. Anche quando si innamorano sono innamorate e basta, non vanno a fondo, e se si devono lasciare riescono a trovare una soluzione alla nostalgia: proprio qui risiede il messaggio positivo e prezioso di questo piccolo libro.

I personaggi di Banana Yoshimoto sembrano trovarsi nelle situazioni senza porsi troppe domande. Questo aspetto può essere tanto snervante quanto salvifico. Ho sempre ritenuto molto affascinante questo approccio tutto giapponese e sono grata alla lettura condivisa di Marlahbooks per aver proposto Banana Yoshimoto per #leggendoilgiapponegdl del mese di febbraio. È un’autrice che ho riletto volentieri, a diversi anni (forse venti?) dall’ultima volta.

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Cristina Mosca

Recensore

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moglie, mamma e lettrice bulimica. a 10 anni scrivevo i miei primi racconti. a 14 ho scelto di insegnare inglese. adesso faccio entrambe le cose. credo in quello che non si vede a occhio nudo. tra le mie pubblicazioni: "chissà se verrà alla mia festa" (schena 2005), "e donne infreddolite negli scialli" (schena 2008), "loro non mi vedono" (ianieri 2014), "con la pelle ascolto" (ianieri, 2018). mi piace scrivere in lettere minuscole.

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